sede del Corriere della Sera di via Solferino

Ogni volta che vado a Milano, per diletto o per lavoro, sono ospite a casa di due cari amici, giornalisti anche loro. Abitano a Brera a pochi passi dalla sede del Corriere della Sera, dove uno dei due lavora. L’ultima volta che sono andato lì con mia moglie, ho chiesto al mio amico se era possibile farle visitare la monumentale redazione di via Solferino. Lui si è detto ben disposto di fare da Cicerone e così abbiamo fatto il nostro bel giro tra quelle stanze che sanno di storia. Ovviamente c’è da rimanere estasiati, al solo pensiero di lavorare – chessò – nella stanza di Eugenio Montale. Da qui una frase che ho sempre ripetuto al mio amico: “Fortunato tu, che lavori in un monumento nazionale”.
Ora quel monumento è in vendita, almeno così ha deciso il consiglio di amministrazione di Rcs guidato da Pietro Scott Jovane, uno che guadagna una montagna di denaro a prescindere da quel che costruisce (o magari demolisce). Perché non ci vuole un genio della finanza per far cassa vendendo, licenziando, tagliando: per quello basta un mediocre ragioniere che abbia una calcolatrice con le pile cariche. Ma così va l’Italia.
Svendere l’edificio storico di via Solferino, a un prezzo per giunta inferiore alla quota di mercato della zona Brera, è un atto irresponsabile che non colpisce solo i giornalisti del Corriere della Sera, ma tutti gli italiani. Perché se passa il principio che per recuperare qualche euro si può fare qualunque cosa, possibilmente a patto che non si compia un reato, di qui a poco ci ritroveremo con la Storia sotto i tacchi e il buio davanti.
I soldi non danno la felicità, ci hanno insegnato. Passi. Ma che la debbano togliere a tutti noi, no.