La piccola idea della piccola Favorita

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Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

La chiamano Piccola Favorita, ma sembra già un’esagerazione. Il primo assaggio di ciò che, secondo il Comune di Palermo, dovrebbe diventare il grande parco senza le auto è importante solo perché si tratta di un atto di buona volontà. Per il resto basta un numero, 380. Rappresenta la lunghezza in metri della strada che dovrebbe essere chiusa al traffico in questo antipasto di pedonalizzazione: la bretella che da viale Ercole, all’altezza della grande curva che si percorre tornando da Mondello, porta alla Palazzina Cinese. Certo, è incoraggiante sapere che con meno di 400 metri di asfalto sottratto alle automobili si ottiene un anello pedonale che, nelle intenzioni dell’assessore al Verde, dovrebbe essere di quasi tre chilometri. Un po’ meno lo è apprendere che per aprire due cancelli, migliorare la pavimentazione, “eliminare qualche palma morta” e consegnare la Piccola Favorita ai palermitani ci vorranno almeno due mesi, manco si dovesse tirare su uno svincolo autostradale.
Il Comune pare finalmente deciso a intervenire sul destino della Real Tenuta, poco real e mal tenuta al punto da mostrarsi in tutto il suo stato di abbandono persino all’occhio elettronico di Google Earth, le cui immagini tramite Street View raccontano in mondovisione il verde nostrano sfregiato dalle immondizie e ritraggono persino un paio di prostitute al lavoro (vedi foto sopra).
La mini creazione di una mini isola pedonale è un primo passo, ma la buona volontà non basta poiché il destino dei primi passi non è roseo per contratto di ottimismo: tutto dipende infatti da dove si vuole arrivare. I volontari di “Verso la Favorita”, un gruppo di giovani a cui stanno a cuore le sorti del parco palermitano, da luglio scorso hanno avviato una mappatura dell’area, aperta a tutti, e hanno raccolto migliaia di segnalazioni su cosa i palermitani vorrebbero fare di questo polmone verde.
(…)
La sensazione comunque è che i palermitani sappiano della Favorita più di chi li ha amministrati. E dire che il parco è una miniera di sorprese, basterebbe saperle mettere a buon frutto. Pensate, ad esempio, che gli agrumeti abbandonati da anni sono dotati di un impianto irriguo che (ovviamente) non è stato mappato. O che, dodici mesi all’anno, alle falde di Monte Pellegrino un piccolo esercito di arrampicatori tedeschi e francesi oltre che italiani, si diverte col freeclimbing senza che nessuno abbia mai provato a gestire la loro presenza turistica.
Un parco non è quartiere, ma una città, coi suoi snodi, i suoi abitanti, i suoi punti di crisi. Gestirlo significa innanzitutto conoscerlo. E per conoscerlo bisogna frequentarlo e indignarsi quanto basta per migliorarlo. La chiusura alle auto dovrebbe essere l’ultimo, eventuale, passo di una vera, coraggiosa campagna di rivalutazione della Favorita. Perché il cardine del ragionamento è identificare cosa si intende restituire alla cittadinanza: una distesa di plastica e cartacce tra le quali, ogni tanto, sbuca un pino? Un arcipelago di radure coltivate a preservativi? Un nastro di asfalto desolato posato su un letto di foglie secche?
La scommessa vera non è pedonalizzare la Favorita, ma liberarla.

  

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