L’incubo della movida del sabato sera

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

L’altra sera a piazza Marina ho provato lo choc di un tuffo nella movida più selvaggia e maleodorante della città. Non ho scuse, non ero lì per ragioni che attengono a questo articolo, ma semplicemente perché in un momento di relax le mie difese civico-immunitarie sono andate a picco. Passeggiando per le vie del centro mi sono spinto, incoscientemente, sino alla piazza in questione e quel che ho visto sono purtroppo cose che voi umani cittadini potete immaginare, con tutto il rispetto per i raggi B presso le porte di Tannhäuser che sono nulla al confronto col casino di porta Felice.


L’incubo si è materializzato subito, non appena da corso Vittorio Emanuele sono entrato a piazza Marina. Camminando, ho provato una sensazione di vuoto come se il terreno non fosse più sotto i miei passi. Ed effettivamente, imbattendomi nel muro dei tavolini di un locale in cui si mangia e si beve in disordine sparso, non ho capito più se ero sulla strada o sul marciapiede, in uno spaesamento acuito dalla consapevolezza di non aver preso nemmeno l’aperitivo: qualcosa mi suggeriva di restare lucido, insomma.
Mentre cercavo di stabilire la rotta pedonale per evitare di essere risucchiato dalla corrente di anime sudate che turbinavano sulla piazza, al confine tra il girone del fritto e il cerchio dei dannati della Ceres, un suono improvviso mi ha colto alle spalle. Pensavo alla tromba del giudizio universale ma era un clacson che mi dava un indizio fondamentale per la geolocalizzazione: altro che marciapiede, andavo alla deriva occupando quella che doveva essere la carreggiata stradale.
Mi sono guardato intorno e ho capito che dovevo guadagnare gli argini di quel fiume brulicante di corpi viventi e corpi meccanici nel quale rischiavo di essere sommerso, e per giunta a stomaco ancora vuoto. Un’infinita fila di auto, più impilate che parcheggiate con abusiva precisione, era la salvezza. L’ho raggiunta e infilandomi a forza tra le carrozzerie ancora calde sono riuscito nell’ordine a: strapparmi i pantaloni, graffiarmi un polpaccio, sporcarmi la maglietta, conquistare finalmente il marciapiede. Un giovane immigrato quando mi ha visto accasciato sul cofano di una Punto mi si è avvicinato e mi ha messo affettuosamente una mano sulla spalla. “Grazie, sto bene”, gli ho detto riconoscente. “E la mancia per posteggio, amico?”, ha chiesto lui.
(…)
Sono arrivato arrancando sino a un ristorante pizzeria, dove per trovare un posto pare serva una raccomandazione dell’Organizzazione mondiale della Sanità, dato che solo un volontario che vuole sottoporsi a chissà quale sperimentazione può fare la coda per mangiare in un tavolo in strada a mezzo metro dalla sfilata dei tubi di scappamento.
Poi mi sono arreso.
Digiuno e sconfitto, ho fatto inversione e ho affrontato il cammino in senso opposto per trovare la via di ritorno. Durante questa marcia di espiazione ho avuto il tempo di ragionare sulle sorti di questa piazza bellissima e sfregiata. Ho compatito i residenti che a più riprese hanno invocato almeno un’ora al giorno di respiro, inteso proprio come movimento di inspirazione ed espirazione, chiedendo che ogni giorno i pullman turistici non usino la piazza come garage. Ho provato affetto per quel direttore di albergo che qualche mese fa denunciò a Repubblica la fuga dei turisti proprio per il frastuono della movida di questa zona. Ho capito perché i commercianti di questa piazza non vogliono l’isola pedonale: perché solo nella totale anarchia urbana e nell’assenza dei controlli si possono parcheggiare abusivamente centinaia e centinaia di auto in pochi metri quadrati. E più auto attiri, più clienti tiri dentro. Poco importa se tutto intorno è lordura e inciviltà contagiose. L’importante è parcheggiare il Suv accanto al buffet dei dolci.

  

2 Comments

  1. Micheluzzo
    Ott 20, 2013 @ 13:52:21

    La prossima volta la pizza fattela portare direttamente a casa…

  2. fm
    Ott 21, 2013 @ 11:19:22

    Sfortunatamente conosco la zona ma non ne puoi parlare male impunemente! Ti sbattono in faccia i tremila anni di (in)civiltà e ti tolgono il saluto

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