Che fu lupara? No, ufficio del personale

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

A Palermo è sparito uno scrittore. Sparito dalle pagine dei quotidiani, dai blog, dalle riviste.
Si chiama Roberto Alajmo e – tranquilli – è in buona salute: inoltre non è in ritiro per ultimare un’opera né ha scelto il silenzio come strategia editoriale. Semplicemente non scrive perché l’azienda per la quale lavora come giornalista, la Rai, ha fatto valere il vincolo di esclusiva (cioè scrivi per me e per nessun altro) blindandolo come se lo giudicasse prezioso. E sì che Roberto Alajmo qualche merito artistico lo ha – una ventina di libri, molti dei quali tradotti all’estero, un piazzamento come finalista allo Strega e al Viareggio, un premio SuperVittorini, un film recente con Daniele Ciprì, e via elencando – però le sue quotazioni al momento non sono tali da consentirgli di fare qualcosa, nella azienda in cui opera, che sia più complessa di un servizio sul “fagiolo badda” di Polizzi Generosa.
Tuttavia non è tanto la vertenza tra la Radiotelevisione italiana e un suo dipendente che ci interessa, quanto l’anacronistica rapidità con la quale un uomo di comunicazione, nell’era della super comunicazione globale, può perdere la favella.
Credevamo di essere indomabili nella nostra congerie di collegamenti, dal testo all’ipertesto senza passare dal via, ci illudevamo di vivere sereni nell’universo privilegiato delle opinioni libere, ballavamo sulle rovine della vecchia informazione elitaria. E invece, incoscienti come solo gli illusi possono essere, sottovalutavamo la ghigliottina di un richiamo aziendale che cala sulla testa del narratore malandrino con stridio di codici e protocolli.
Zac! Silenzio.
Roberto Alajmo, quali che siano le sue vicende in Rai, è un ottimo latore di testimonianze siciliane, una voce importante di Palermo. Non ci interessa difenderlo nello specifico delle contestazioni aziendali, che sono roba da avvocati, ma ci sembra fondamentale ricordare che una società in cui persino chi è stato radiato dall’Ordine dei giornalisti continua a dispensare opinioni non può consentirsi nessuna censura, nemmeno sotto forma di surrogato.
Lo scrittore che non scrive è una figura triste non tanto per se stesso, quanto per i suoi lettori, per i suoi detrattori e persino per chi non lo leggerà, perché nello schivarlo avrà meno scelta.
(…)
Se a tirare le somme dovessero essere due tipici personaggi di Alajmo, la scena di una metaforica (e speriamo temporanea) scomparsa dell’autore dal mondo dell’informazione si chiuderebbe con uno scambio del genere: “Che fu, lupara?”, “No, ufficio del personale”.

  

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