Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Negli anni Novanta le cronache giudiziarie siciliane si trovarono alle prese con un termine nuovo: infungibilità. Erano i tempi delle sciabole corrusche che decapitavano, uno dopo l’altro, i protagonisti di Sanitopoli, responsabili di gravi casi di corruzione ai danni del sistema sanitario pubblico. Allora, uno dei metodi più diffusi per pilotare una gara per l’acquisto di un costoso macchinario era quello di dichiararne l’infungibilità, cioè l’insostituibilità assoluta per valore e caratteristiche tecniche. Si scoprì che con questo trucco schiere di primari si erano fatti i soldi grazie alle tangenti riscosse dai fornitori. Dopo le inchieste della magistratura fu chiaro che le norme andavano cambiate e che l’amministrazione pubblica doveva darsi una mossa in tema di controlli.
Vent’anni dopo scopriamo che la nuova frontiera del malaffare è ancora basata in parte sul concetto di infungibilità, stavolta allargato a un intero ente, come se fosse un’unica grande cosa insostituibile e quindi preziosa.
Il caso del Ciapi e del progetto milionario chiamato “Futuro semplice” è in tal senso illuminante: la bozza dell’avviso pubblico, secondo i magistrati che hanno raccolto la confessione di una dipendente di Fausto Giacchetto, veniva confezionata ad hoc negli uffici del Ciapi per escludere tutti gli altri enti. E passava indenne al vaglio di uffici regionali, assessori e aula: la Corte dei Conti ci provò a instillare qualche dubbio, ma ci fu una sollevazione sindacale che spinse i nostri politici a trovare una soluzione in fretta per non perdere quei benedetti 75 milioni di euro. Che infatti non si persero e finirono ben distribuiti secondo le regole del sistema Giacchetto.
Vabbè, i corrotti ci sono sempre stati direte voi. Certo, ma è mai possibile che – salvo atti di eroismo tanto rari quanto epici – non ci sia la certezza di un controllore sveglio, di un ufficio preposto che si preponga alla difesa di qualche centinaio di milioni di euro quando ci si muove su terreni così delicati?
Il governatore Crocetta, l’altro giorno ha appreso da Repubblica delle gare sospette da 160 milioni di euro destinate alla promozione dei cosiddetti “grandi eventi” tra il 2009 e il 2011. “Avevo già chiesto una relazione, ma non ho ancora ricevuto nulla”, si è giustificato citando l’inchiesta di Antonio Fraschilla. Crocetta, che ovviamente non c’entra niente con l’indagine, svela involontariamente il segreto di un disagio tipicamente politico: quello che, come un bernoccolo imbarazzante, scaturisce in chi cade dal pero.
Quanti dipendenti regionali lavorano attorno al bando di una gara milionaria? Hanno regole fisse o, come gli artisti, godono di margini di creatività? E soprattutto, quanto ci vuole per fare una relazione su fatti già inscatolati in precedenti relazioni? (…)
Il problema – uno dei tanti di questa vicenda – è che la storia dei grandi appalti è già stata scritta da quelli che ora sono chiamati a rileggerla o, peggio ancora, in alcuni casi a riscriverla.
Ci deve essere qualche bug spazio-temporale alla Regione se nel normale rapporto tra prima e dopo, il prima è non recensibile e il dopo è sempre troppo tardi.
Quello del sistema Giacchetto non è lo scandalo Watergate, non ci sono intricati segreti da scoprire perché, da quel che si intuisce, tutto è stato imbastito con una certa visibilità documentale, instillando in noi comuni mortali la metafora di un diavolo che ha smesso di annidarsi nei dettagli non certo per manie di grandezza, ma per depistare il Padreterno.

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