Mi è capitato di tornare in Normandia per la terza volta in meno di un anno. Mi è capitato di apprezzare ancora una volta la magia dei luoghi e l’incanto di un’armonia di popolo che dalle mie parti non esiste. Mi è capitato anche di non muovermi solo come turista, poiché ho avuto a che fare, per qualche giorno, con un ospedale e con l’assistenza medica francese. E lì ho capito che la distanza tra la Normandia e la mia terra non si misura in chilometri, ma in anni luce.
A parte la pulizia delle corsie, la competenza del personale paramedico, il rigore professionale dei medici, mi ha colpito la precisione del rapporto col paziente: il malato va trattato con il massimo rispetto, dal cibo al sorriso dell’infermiere, dalla minuziosa serie di informazioni che riguardano la cura all’attenzione dell’impiegata che si occupa delle questioni amministrative. Nulla è mai affidato al caso, nulla sfugge al rigorosissimo controllo di qualità. Fuori dall’ospedale c’è persino una grande vasca per il riciclaggio dell’acqua piovana e tutto intorno aiuole e un parcheggio che sembra quello di un grande albergo.
È proprio vero, il sistema sanitario di un Paese è uno degli indicatori di civiltà. Non l’unico, naturalmente. Un altro è il rispetto dei luoghi pubblici: in Normandia ho visto un barbone far cadere una cicca di sigaretta sul marciapiede, pestarla e poi raccoglierla per gettarla nel cestino dei rifiuti.
Come ha scritto il mio amico Ciccio su Twitter: i francesi non sono stronzi, sono superiori.