Chi fermerà la musica (e chi la pagherà)

trombone

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Forse da oggi non ci saranno più gli impresari dietro la porta dell’assessore regionale al Turismo Michela Stancheris. Forse da oggi la Regione metterà finalmente mano al groviglio di contributi elargiti a piccoli e grandi organizzatori di concerti. Di certo l’operazione non è semplice e priva di rischi, perché ridurre le spese non è come chiudere un rubinetto. In più c’è di mezzo la musica “pubblica”, quella che ha vissuto grazie alle mammelle istituzionali, che è campo ricco di luoghi comuni e povero di trasparenza. E soprattutto c’è il pentolone della crisi all’interno del quale vengono cacciate istanze, materie, necessità diverse e bollite tutte allo stesso modo, seguendo cioè la ricetta del risparmio a ogni costo: un metodo che non tiene conto dei diversi ingredienti e che generalmente non produce niente di buono.
Materia complessa, la gestione della musica in Sicilia. Per cercare di capirci qualcosa può essere utile tornare indietro nel tempo.
Il primo corto circuito tra fondi pubblici e gestione privata di un evento fu il “Pop 70”, un memorabile festival allo stadio di Palermo che per tre giorni, nel luglio del 1970, portò la grande musica internazionale in città: da Duke Ellington ad Aretha Franklin, da Brian Auger a Arthur Brown, da Johnny Halliday a Tony Scott e via elencando. L’organizzatore era un siculo-americano, Joe Napoli, che qualche mese prima aveva cominciato il suo pellegrinaggio nei corridoi della politica democristiana della città. Riscosse pochi soldi e moltissime promesse, dovette rinunciare ai Pink Floyd, che volevano un congruo anticipo, e ai Rolling Stones che certo non si muovevano per poco. L’evento fu comunque memorabile, se non altro perché segnò una sorta di sprovincializzazione del pubblico palermitano: le canne, le danze dei figli dei fiori e le nudità dell’isola di Wight erano approdate nell’isola di Sicilia. Joe Napoli tentò di replicare l’evento negli anni che seguirono, ma non riuscì a bissare il successo del “Pop 70”. La musica, quella musica, portava grane e manco un voto.
La svolta nel rapporto tra fondi pubblici e spettacoli in Sicilia arrivò negli anni Ottanta, quando l’elargizione a pioggia favorì la fioritura di festival e stagioni concertistiche in tutti i mesi dell’anno: c’erano sere in cui si svolgevano tre-quattro concerti in contemporanea, manco che Palermo fosse Londra. Il sistema di aggiudicazione degli stanziamenti era talmente incontrollato che un assessore regionale al Turismo concesse qualcosa come il sessanta per cento dei fondi per le manifestazioni estive a una società appositamente creata dal figlio qualche mese prima.
Eh sì, a quei tempi i soldi c’erano e se non c’erano si inventavano: un manipolo di impresari sull’asse Palermo-Catania riuscì a mettere da parte ragguardevoli cifre vendendo pacchetti furbamente assortiti (tipo: una star e due brocchi) a prezzi che ululavano vendetta. Qualche anno dopo la maggior parte di loro fu spazzata via dalla tangentopoli siciliana. La musica, la loro musica, aveva portato tante grane quanti voti.
Oggi la Regione scopre che c’è ancora una questua di musicanti e venditori di spettacoli nei corridoi degli assessorati. Di certo ci vuole accortezza nell’assegnare i soldi, ma ce ne vuole anche nel non abolire per decreto la musica.
Il vero problema è legato al criterio di scelta. Va premiata la popolarità di un evento o, al contrario, la sua originalità? Il fenomeno di massa merita l’altare mentre quello di nicchia merita la cenere?
Senza il contributo pubblico molti di noi non avrebbero mai visto suonare Chet Baker a Palermo poco prima di morire, e lo stadio Barbera sarebbe rimasto chiuso per Pat Metheny o Miles Davis. Ma erano altri tempi e altri bilanci.(…)

  

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