Una (modesta) proposta per il Palermo Pride 2013

Titti de Simone, presidente del Coordinamento Palermo Pride 2013, mi accusa garbatamente di essere vittima di “antichi pregiudizi sempre vivi” per questo articolo sul dorso siciliano di Repubblica. Il succo del mio ragionamento – per farla breve – è questo: non mi piace che le giuste istanze e le importanti questioni poste dal movimento lgbtq finiscano annacquate nella malinconica e scontata parata coi carri, i parrucconi e gli ancheggiamenti vari.
Lo dico, e lo ribadisco, non perché sono un bacchettone o un parrinaro della prima ora, ma perché ho talmente a cuore la tutela delle diversità – tutte, non solo quelle basate sui gusti sessuali – che ritengo il ricorso alla provocazione un mezzo preistorico.
La rivendicazione di un orgoglio non trova, a mio modesto parere, la sua massima realizzazione nell’esasperazione delle pulsioni e nella teatralità dei gesti. Non più, almeno. Alla cara Titti de Simone vorrei ricordare – anche se non ce n’è bisogno – che di esteriorità e di ostentazione la nostra vita politica è stata intossicata. Siamo sopravvissuti, per non dire scampati, a stagioni in cui la dimostrazione era scollata dai fatti: esibizione di muscoli elettorali, finto spirito di gruppo, cultura del mostrare e dell’apparire, tendenza all’agitare le acque.
Io dal Palermo Pride 2013 voglio una dimostrazione di modernità. Voglio ascoltare le storie degli ultimi che dovrebbero essere i primi, voglio tifare per chi sta finalmente rimontando dopo un’ingiusta sconfitta, voglio essere assimilato nella mia differenza. Leggere che “essere orgoglioso significa assumere la propria identità di oppresso come identità non naturale, ma politica” non mi dà la migliore delle sensazioni. Perché da voi e da te, cara Titti de Simone, io mi aspetto il volo della genialità, mi aspetto la vera riscossa dopo anni di oscurantismo clericale, mi aspetto tutto tranne che la pantomima dei carri che sfilano tra le risatine degli ignoranti e il broncio dei gretti. I tempi sono maturi perché l’oppresso non usi più l’allegoria per alzare la testa di nascosto, non racconti più la verità attraverso una maschera. Oggi si parla chiaro. E il parlare chiaro premia gli onesti, come ben sappiamo.
“Paillettes, lustrini, piume di struzzo e tette al vento, quando ci sono, insieme a quel tanto altro che sono le nostre vite, in realtà sono la messa in scena di un’ipocrisia gigantesca”, scrivi tu. Imitare o scimmiottare quest’ipocrisia è un modo antico di combattere il pregiudizio. La modernità, perdonami, è un’altra cosa (e ho 50 anni porca miseria, non sono un giovane). La modernità è mettere in discussione i riti più scontati (e quindi comodi), è farsi venire un’idea, è il non trincerarsi dietro il noto (che ha dato i frutti che ha dato), ma tentare strade nuove.
Vi lancio una proposta, dal mio angusto abbaino.
La sfilata dei carri non si fa neanche più a Carnevale. Bene, con un gesto di coraggio lasciamola ai ricordi, come i braccialetti di cuoio e le collane con le perline.
Cambiamo/cambiate  tutto, magari ammettendo di essere caduti in qualche ingenuità, di certo a fin di bene.
Facciamo una grande festa, insieme, senza costumi che segnino le differenze, senza i rancori che leggo ancora in certi commenti su internet. Brindiamo, balliamo, cantiamo. Tutti uguali, come è giusto che sia. Del resto l’abito non fa il monaco per un semplice motivo: perché spesso il monaco quando non fa il monaco l’abito se lo toglie.

  

2 Comments

  1. totorizzo
    Mar 09, 2013 @ 08:31:28

    Gery carissimo,
    lungi da me pensare che tu possa coltivare pregiudizi (anche se, sai, dopo i 50… lievi ma croniche intolleranze s’affacciano, credimi: esperienza personale. Ma non è questo, ovviamente, il caso). Però devo dare ragione a Titti. Senza farla troppo lunga – né con lei né con te – sul dato antropologico-identitario-civil-politico: penso che anche quello che viene vissuto (sebbene per poche, carnascialesche ore) come allegro folclore – nel senso più nobile del termine – sia importante, credo che lo “sbattere in faccia” con smodata civiltà realtà quotidiane che ancora appaiono ai più bizzarrie da Caienna sociale, sia fondamentale per scardinare (o quantomeno per tentare di scardinare) certe ipocrisie che covano focolai anche nei più progressisti dei borghesi illuminati (spesso i salotti sono temibilissimi, a tal proposito, ed è molto più “accogliente” la strada). Importanti e fondamentali – queste esplosioni di allegria – tanto quanto i pur sacrosanti diritti civili che – quelli sì, quotidianamente, senza maschere e travestimenti, senza sambe e raffaellecarrà – vanno a gran voce invocati nelle sedi istituzionali e fuori.
    PS: Grande stima per Rosario Crocetta ma mica c’è un intento ironico nel segnarlo come emblema di… svecchiamento della querelle? Se non fosse così, grazie grazie grazie a nome di tutti quelli già sessantenni e di chi ai 60 si avvicina…

  2. antonia
    Mar 12, 2013 @ 14:20:42

    Io di Gay pride ne ho visti tanti, in tante città d’Europa e penso sinceramente che abbiano fatto il loro tempo. Vivo in una cittá del centro Europa che è molto aperta agli omosessuali ed ai loro diritti: si vedono coppie gay che camminano tranquillamente abbracciate o tenendosi per mano, c’è molto rispetto nei loro confronti. Il gay pride qui è come una cosa che non c’entra niente. Le ipocrisie si inaspriscono davanti a carri di uomini seminudi che si baciano o sculettano, il messaggio veicolato è falso. I gay non sono così. Pride di che? Se vogliamo fare una manifestazione carnascialesco-folkloristica allora chiamiamola Gay Carnival. Altrimenti organizziamo dibattiti, forum, come si è fatto da anni ed ancora si fa qui.

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