Io imprenditore, il mercato e la sindrome cinese

di Giuseppe Giglio

La SDA Bocconi di Milano ha tenuto un corso master sul Luxury Market, in particolare quello italiano, dedicato a manager, imprenditori ed industriali cinesi.
Lo svolgimento del master ha avuto luogo nella loro sede di Shangai, e soltanto nella parte finale i corsisti hanno visitato il nostro Paese e alcune realtà imprenditoriali locali, simbolo della nostra eccellenza produttiva, nel campo del tessile, della gioielleria e degli alimentari.
La scorsa settimana sono stato invitato alla tavola rotonda conclusiva, presso la sede milanese dell’università per testimoniare l’esperienza aziendale della mia famiglia, nel campo dei negozi multibrand.
A margine di ciò, ho focalizzato una serie di tendenze che, a mio parere, meritano qualche riflessione.

Scarsa creatività. I cinesi, che hanno mediamente scarsissima creatività e parecchio denaro da investire, stanno cercando di replicare alcuni modelli di sviluppo della nostra economia, per esempio l’offerta di abbigliamento non più (o non solo) attraverso le monolitiche boutique monomarca che campeggiano nelle vie dello shopping di tutte le capitali, ma proprio attraverso piccoli e medi negozianti multimarca, che hanno costituito la spina dorsale del commercio italiano dal dopoguerra a oggi.

I finti marchi italiani. Da qualche anno, le maglie del regime cinese si sono allargate e i flussi turistici di questo enorme popolo (attenzione: sono un terzo dell’intero pianeta) sono aumentati considerevolmente, inondando le capitali europee.
Alcuni marchi cinesi, creati negli anni ’80, dal fascinoso nome italiano – Divina, Alessandro Martini – ma di ideazione e mediocre produzione locale, hanno raggiunto dimensioni considerevoli in patria: mille boutique, duemila punti vendita, milioni di fatturato…
Adesso, però, i cinesi che atterrano a Roma, chiedono incuriositi: scusi, dove si trova il negozio del famoso stilista italiano Alessandro Martini?
Ecco spiegato perchè le aziende cinesi stanno correndo frettolosamente ai ripari, cercando di acquistare posizioni prestigiose nelle nostre città: per difendere la bugia dei loro business.

La miopia aziendale. Ma il cinese che viaggia sta anche imparando ad apprezzare la nostra eccellenza, la nostra qualità e, tornato in patria, riesce a percepire la considerevole differenza con i prodotti di produzione locale. E siccome può permettersi di acquistare il lusso, sta chiedendo ai suoi produttori di innalzare sensibilmente lo standard qualitativo delle produzioni. Ma i fabbricanti cinesi non hanno alcun background culturale per produrre qualità: sono bravi solo nella quantità.
Succede quindi che le aziende cinesi stanno acquistando le aziende di produzione italiane, dai laboratori alle piccole industrie, per ottenere know-how e offrire, subito, ai propri clienti cinesi un prodotto di eccellente qualità italiana.
Quindi, mentre alcune miopi aziende italiane delocalizzano la produzione e vanno a produrre in Cina – per abbassare i costi e aumentare i profitti – spacciando per italiani mediocri prodotti cinesi, paradossalmente i cinesi vengono a produrre in Italia spacciando per cinese il meglio della produzione italiana.

APPROFONDIMENTI:

Comprano, copiano e poi chiudono: ecco come la Cina ci ruba le aziende
Dove e come investono: un esempio
Investire in Italia: obiettivo raggiunto per le imprese cinesi?

  

6 Comments

  1. Aramis
    Dic 03, 2012 @ 00:52:48

    Interessante l’excursus del dr. Giglio.
    L’economia cinese, con una dinamica incredibile
    di crescita, è una realtà con cui ci si dovrà
    confrontare.
    E però lo stile, l’eleganza, le nuances, dei nostri
    prodotti, soprattutto nella moda, non sono egua
    gliabili.
    Mai e poi mai la Cina potrà attingere alla bellezza e all’armonia della nostra produzione:
    noi abbiamo alle spalle Leonardo da Vinci, Giotto,
    Michelangelo, la galassia della bellezza italica.

  2. antonella
    Dic 03, 2012 @ 10:52:53

    un racconto, da un altro punto di vista, e da un settore completamente diverso.
    tempo fa aderiamo, insieme ad altri piccoli/medi produttori di vino locali ad un incontro con alcuni “buyers” organizzato dalla regione e da un’associazione di categoria.
    per nostra personale esperienza non sono incontri molto fruttiferi perché questi signori vengono invitati e spesati di tutto e quindi la loro presenza non sempre è garante di un loro effettivo interesse. ma, essendo la cosa organizzata in zona e senza particolari esborsi, vi abbiamo preso parte.
    tra gli importatori c’erano anche due cinesi.
    la prima, una ragazza molto gentile, ha assaggiato alcuni prodotti e poi ci ha spiegato che il loro mercato si biforca tra un’impostazione grande quantità/basso costo o chi ha grandi disponibilità e acquista il vino per investimento o per status symbol e vuole quindi prodotti prestigiosi, nomi famosi, a cifre iperboliche.
    il secondo importatore, che parlava correntemente italiano, non ha voluto nemmeno iniziare la degustazione e ci ha fatto il seguente ragionamento:
    solo a shangai ci sono 28 milioni di persone (credo siano 24, ma non è questo il punto), se anche solo una parte di esse beve vino, ed potrebbe interessarsi al vostro, e comprarlo potenzialmente più di una volta, a me servono quantità nell’ordine delle centinaia di migliaia di bottiglie.
    voi producete 30.000-40.000 bottiglie l’anno, suddivise su diversi vini?
    per queste quantità io non faccio nemmeno la fatica di impiegare i miei rappresentanti a far conoscere un nome.
    a parte il fatto che ai cinesi non interessa affatto di sapere che un vino si chiama “barbera” o “malvasia”, dovreste mettervi tutti insieme, i produttori della regione e fare un prodotto unico che si chiama “vino di lombardia” o, al massimo, “vino dell’oltrepò”, che per il nostro mercato è più che sufficiente.
    gli abbiamo detto che si trovava probabilmente nel posto sbagliato a parlare con le persone sbagliate, quelle che si impegnano per produrre solo con uve proprie ed inseguire un concetto di qualità, mentre avrebbe potuto trovare tante cantine sociali o commercianti in larga scala, in grado di rispondere meglio ai suoi requisiti. per educazione non ho aggiunto che, a questo punto, avrebbe anche potuto trovare adeguate polverine, con il quale prepararsi l’intruglio direttamente a domicilio e a chilometri zero.
    quindi, la cina sarà pure vicina, ma dal mondo del vino è ancora molto ma molto lontana!

  3. Giuseppe Giglio
    Dic 03, 2012 @ 12:04:37

    Antonella, ho personalmente visto un cinese mettere due cubetti di ghiaccio in un calice di Ornellaia…

  4. antonella
    Dic 03, 2012 @ 12:21:12

    giuseppe, non stento a crederlo… ma, consoliamoci, anche i russi non scherzano! il sassicaia con il branzino è quasi un classico.

  5. La cronaca di Giovi, del 3 dicembre 2012, lunedì » Ricordare
    Dic 03, 2012 @ 22:06:38

    […] Io imprenditore, il mercato e la sindrome cinese Condividi:00     Scritto da Paolo alle 10:06 pm  Tag:Giovi […]

  6. Come si dice griffe in cinese? | Gery Palazzotto
    Gen 24, 2013 @ 18:57:59

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