Non riesco a farmene una ragione. C’è più di una nota stonata in certe campagne giornalistiche come quella di Eugenio Scalfari che non perde occasione per dipingere Beppe Grillo come il leader “del populismo e dell’antipolitica”.
Non sono in grado di scommettere sulla riuscita dell’operazione del Movimento 5 Stelle però guardo con interesse a tutto ciò che è nuovo. Mettiamola così: non sarò lungimirante, ma cerco di mantenere accesa la fiammella della curiosità.
Scalfari, e quelli come lui, invece tengono a distanza con la canna tutto ciò che non hanno costruito, plasmato, influenzato, allevato, foraggiato (e poi, magari, abbandonato). Il frequente rimprovero, pretestuoso al limite dell’imbarazzo, a Grillo sull’uso di un linguaggio esplicito durante comizi la dice lunga sulle reali intenzioni del grande vecchio di Repubblica.
Signora maestra, Beppe dice le parolacce!
In quale galassia veleggiava Scalfari quando la Lega invocava pallottole per i magistrati, o chiamava negri di merda gli immigrati? E certo, quella non era una forza antipolitica costruita sul populismo, era una realtà di governo. Una realtà di diti medi alzati, di allusioni falliche, di canottiere unte e coscienze bisunte.
La sensazione è che a Scalfari non interessi nulla di ciò che viene dal basso, e che si occupi prevalentemente di quel che cade dal cielo.
Per affinità.

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