Come tutti gli appassionati, anzi i malati, di musica ho il mio momento zero. Che non è la canzone più antica che ricordo o il primo motivetto che ho canticchiato, ma l’attimo in cui ascoltando una canzone tutto è cambiato. E’ quell’esperienza unica che si prova quando la musica si impadronisce di te e della tua vita. Da allora in poi se sarai triste, allegro, occupato, pigro, annoiato, iperattivo, radioso, prossimo al suicidio, felice, debole, risoluto, da solo o in compagnia, ci sarà sempre – dico sempre – una colonna sonora tutta tua. Se sarai fortunato troverai con chi condividerla, ma la maggior parte delle volte le uniche compagne di ascolto saranno le tue orecchie.
Io ringrazio il cielo perché il mio momento zero è arrivato presto, a dieci anni. Un pomeriggio, un amico che abitava di fronte casa mia mi telefonò: “C’è una cosa che devi ascoltare”, disse riferendosi a un nuovo ellepì che aveva acquistato, come si usava allora, d’importazione (cioè pagandolo più del dovuto). Io chiesi il permesso ai miei genitori e andai: dovevo solo scendere le scale, attraversare una stradina poco trafficata ed entrare in un portone.
Non lo dimenticherò mai: era un tardo pomeriggio invernale.
Il mio amico mi accolse con una segretezza teatrale e mentre percorrevamo un piccolo corridoio incrociò lo sguardo di sua madre con un lampo di intesa. Era come se avesse concordato con lei qualcosa, prima del mio arrivo.
Una volta dentro la sua stanzetta, lui mi disse: “Questi qui sono troppo forti!”. E brandì la copertina variopinta di un long playing, con una bocca in primo piano.
Poi mise il disco sul piatto e alzò il volume (ecco spiegato il cenno d’intesa con la madre).
E arrivò il mio momento zero.

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