Ci sono due parole che possono riassumere la personalità e i progetti del procuratore aggiunto della Repubblica di Palermo, Antonio Ingroia. Sono: “No, però” scritte così, in un’unica frase e separate da una virgola. 
È un metodo efficace, quello del magistrato siciliano. Negare pur lasciando una possibilità, chiudere pur lasciando uno spiraglio. E far passare concetti importanti attraverso piccole frasi smorzate ad arte, ma non per questo depotenziati.
Senza mettere in dubbio le qualità professionali di Ingroia, va ribadito l’antico concetto della specializzazione. Un buon giudice non è necessariamente un buon giornalista (Ingroia è adesso un mio collega), né un buon politico, né un buon cuoco, e via discorrendo.
Quando lo hanno tirato in ballo per un’eventuale candidatura per la presidenza della Regione siciliana, lui ha tirato fuori l’immancabile “No, però”, rinviando a una maggiore convergenza di forze politiche sul suo nome. Esattamente il sistema utilizzato in molte interviste che hanno a che fare con le sue inchieste. Una cosa tipo: non posso dire niente, però dico questo, questo e quest’altro (lo ha fatto notare anche Pigi Battista, qualche mese fa sul Corriere).
Qualcuno può inquadrare questo atteggiamento in un’ottica di prudenza, personalmente preferisco un “sì” o un “no” secchi. Specialmente quando si parla di politica.

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