Non so, forse ci vuole prudenza o forse no. Ogni volta che si parla di omosessuali, e soprattutto di omosessuali morti, mi viene una mezza paralisi ai polpastrelli prima di scrivere.
Solitamente mi astengo, stavolta no.
Mia moglie mi ha fatto notare come nel caso di Sally Ride, la prima donna astronauta morta lunedì scorso per un tumore, ci sia stato un accumulo di notizie che non ripercorrevano le sue gesta scientifiche bensì quelle sessuali. Che, se ci pensate con la calma che una serata estiva può suggerire,  è un attentato alla ragione.
Una si dà da fare per conquistare altri mondi, si catapulta al di là dell’atmosfera terrestre, cerca di respirare l’aria più nuova che ci sia (anche artificiale, nella stratosfera), e magari rischia la vita per cosa? Per trovare, da defunta, un articolo che racconta della sua compagna nascosta.
Morale triste: si fa di tutto per non essere ombelichisti e ci si deve rassegnare, post mortem, a una cronaca pressoché pubica (quindi ambientata qualche centimetro più in giù).
Per prudenza e da eterossessuale generalmente rifuggo dalle tentazioni populistiche del “gay è bello comunque e sempre”. Però stavolta mi pare che sia stato fatto scempio della ragion discreta (pura o meno) cioè di quel sentimento che unisce tutti, diversi e non diversi, uguali e più uguali, nel segno della pietà e dell’onore.
Pietà per chi non c’è più.
Onore per chi c’è stato senza imporre i propri gusti sessuali come una legge.
Il resto sono miserie di chi non vive, ma sopravvive.

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