L’intervista al comandante Francesco Schettino col relativo boicottaggio partito dal web è un caso che dovrebbe finire sui manuali di sociologia.
Che l’intervista sia stata pagata o no, che si sia trattato di scempiaggini propalate senza pudore o di una legittima autodifesa, resta l’enorme sproporzione tra l’odio che Schettino attira e il suo reale peso criminale. Siamo insomma davanti a un mostro in piena regola, più odiato di un serial killer.
E dire che i cattivi in tv esercitano sempre un fascino perverso. Non a caso le fasce pomeridiane dei palinsesti sono pieni di finti programmi giornalistici che esplorano le ferite più sanguinanti, ravanano nelle morbosità dei delitti più truculenti, e soprattutto intervistano frotte di assassini e presunti tali. Eppure nessuno si sogna di boicottare “La vita in diretta” o “Pomeriggio Cinque”.
Con Schettino è diverso.
Forse perché è un cattivo debole, forse perché è stato ridicolizzato dalla telefonata del “torni a bordo, cazzo”.
Sulla sua colpevolezza non ci sono dubbi, ma non è ciò che fa di lui il bersaglio ideale dell’opinione pubblica. E’ quel suo essere personaggio antipatico, come lo spaccone al quale improvvisamente cadono le brache, che lo condanna a essere più detestato di uno stupratore. Schettino è massacrato dalla stessa forza che prima ostentava e che adesso non ha più. Nulla è più forte della debolezza dell’ex forte.

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