Dopo l’anatema di Michele Serra, l’omelia di Luca Sofri e gli strilli di centinaia di blogger anonimi (che sono un po’ come gli alcolisti, in cerca di qualcuno che li ascolti), speriamo che adesso la cruciale questione dell’importanza di Twitter nella vita di tutti i giorni venga accantonata.  Perché non c’è nulla di peggio nelle mode, dell’esegesi forzata del fenomeno fatta da chi ostenta, come vessillo di democrazia, un partito preso. Tipo, io sono di sinistra e per assioma la sinistra non si accoda ai fenomeni di massa, quindi tutto ciò che è casinaro, aggregante, allegro, disordinato non mi interessa (infatti si perde generalmente perché si rimane soli).
Tornando a Twitter, trovo irritante giudicare un mezzo di comunicazione senza averlo sperimentato (ed è l’errore di Serra) ma mi guardo bene dal voler collaudare ogni risorsa che il web mi offre. E inoltre non passo dal caso singolo al fenomeno in modo automatico. Ci vuole un filtro, serve una chiave di lettura. Ad esempio sono molto critico nei confronti di Facebook, ma non mi sogno di dire che chi sta su FB è uno stupido o un perditempo.
Il bello di internet è la immensa capacità di scelta. Il bello della vita è la facoltà di esercitare la lungimiranza, che è una catena di scelte. Se anche una moda passeggera (come Twitter per molti di voi) vi darà oggi la possibilità di conoscere una sola parola in più rispetto a ieri, allora vorrà dire che la missione è compiuta.
E poi diciamolo: basta con queste scemenze sui 140 caratteri e sulla patologica necessità di coltivare estensivamente i concetti.
Le parole non si pesano soltanto, si contano. E viceversa, of course. Basta cambiare social network.

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