Alcuni giornalisti, sbagliando, lo chiamano “male incurabile”. Perché hanno paura di scrivere o pronunciare la parola cancro. Altri, i migliori, non solo la malattia la chiamano col suo nome ma raccontano anche come si fa a combatterla e implicitamente ci dimostrano perché quella definizione generica è sbagliata in toto: perché se fosse davvero incurabile non ci sarebbero testimonianze come quella, bellissima, di Marina Turco, che parte da un tragico fatto di cronaca (la morte di una donna per una dose sbagliata di chemioterapici) e approda in quel luogo dell’anima in cui le esperienze di una sola persona diventano occasione di riflessione collettiva.

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