Siamo pronti per la cena di Natale. Con i parenti saremo, quest’anno, a casa nostra. Mia moglie da mesi studia come imbandire la tavola. Scrive, disegna, prova, verifica accostamenti cromatici: convoglia passione e background professionale (lei è un’esperta di visual) in un’opera che dovrebbe stare a metà tra l’arte e la ricerca.

Candele, segnaposti, piatti, tovaglie… tutto è frutto di attenta riflessione, dove per “attenta riflessione” si intende un brainstorming serale di almeno due ore, sette giorni su sette, lontano dai pasti e pericolosamente vicino alla mezzanotte.

La caratteristica di questi scambi di opinione è il mio palese stato di minorità. Lei in realtà ha tutto chiaro da settembre, però le piace smontare le sue stesse certezze con la certezza che non ci saranno altre certezze a incrinare le certezze originali. Cioè, una melina familiare: ci si passa la palla sapendo che non si farà gol perchè il destino della partita è segnato, anzi deciso. Però, chiedo io, perché non chiudere l’argomento in anticipo e dedicarsi ad altro? Capisco che questo è un modo per coltivare il tempo che passa e per godere dell’aspettativa di un evento piacevole. Però sette giorni di riflessione sulla forma di una deliziosa, leggera, luccicante stellina da spiaccicare sulla tovaglia, che probabilmente mio padre seppellirà di molliche di pane subito dopo l’aperitivo, mi sembrano un po’ troppi.

E così anche… No, scusate, devo lasciarvi. Sono stato convocato per un vertice urgente sulle candele: bianche o color panna? tonde o cilindriche?

Insomma roba che scotta.