Ho ascoltato le intercettazioni dell’ultimo blitz antimafia di Palermo e, come immagino sia accaduto a molti di voi, sono rimasto colpito dalla distanza logico-temporale tra quei boss e il mio/nostro mondo. Nell’era della comunicazione globale, del progresso fermo all’ultimo passo prima del teletrasporto, della condivisione esasperata, c’è una fetta di popolazione (per fortuna piccola) che si esprime con lo stesso linguaggio di cent’anni fa, che vuol pesare sulla bilancia l’onore sbilenco della violenza e che pretende di seminare nel terreno del sottosviluppo.
Analizzando le frasi e i comportamenti di questi criminali, c’è un dato forte che colpisce: l’ignoranza pura, che non ha nessuna parentela con la furbizia del non acculturato o con l’intraprendenza del meno abbiente.
Questi mafiosi sono la parte peggiore del mondo (altro che Palermo e Sicilia) perché pretendono di far legge senza saper scrivere e anzi si mostrano forti dei delitti commessi dagli altri, loro parenti, poiché molti di loro non sono stati capaci di distinguersi neanche nel saper fare male.
Il codice penale è solo uno degli strumenti che tutti noi abbiamo a disposizione per recuperare quello che ci è stato tolto in termini di dignità e di danno sociale. Ma forse non basta. Oggi, nell’era della comunicazione, del progresso estremo, della condivisione, ci vorrebbe un’ulteriore punizione, quasi dantesca: il silenzio, la solitudine in mezzo agli altri (e non l’isolamento fisico), la condanna a essere fantasmi in un mondo di persone vive, vere, che parlano una lingua che si evolve.
Questi criminali li vorrei condannati all’incorporeità. Anime vaganti in un mondo che finalmente possa respirare senza avere l’alito cattivo.