Ieri ho visto in tv Daniela Santanché che sbraitava contro il nuovo governo e i comunisti e parlava di economia e si agitava sotto i riflettori e ammiccava davanti alla telecamera con quella sua espressione senza espressione, come un manichino che schiaccia l’occhio a un passante. Diceva, tra le altre cose, che lo spread è ancora alto e che quindi alla base non c’era un problema di governo, che gli italiani meritano di essere governati da chi hanno votato e blablabla.
Solo un occhio attento poteva, però, notare un dettaglio: c’era un frame di nervosismo sul video. C’era la solita Santanchè, insomma, ma con un pizzico d’ansia in più. Un’ansia che, spero, crescerà di ora in ora, di giorno in giorno sin quando non sarà tolto a questa signora ogni potere in più rispetto a un normale cittadino che si spezza la schiena lavorando e che ride o piange con una faccia di sua proprietà.
La Santanché è il simbolo di un’Italia che detesto, che nel mio piccolo ho combattuto e che combatterò sempre. L’Italia degli arrivisti senza talento, degli ammanicati, dei prevaricatori per censo, della plastica inquinante, delle urla senza ideologia. Via, vada via! Che brutta visione.

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