Nelle ultime ore giornali e televisioni continuano a fornire immagini sempre più dettagliate e violente degli ultimi secondi di vita di Gheddafi. E’ una corsa al fotogramma più sanguinante, alla smorfia più terrificante: il volto semiparalizzato del dittatore, la camicia che gli scopre il ventre, il ribelle sdentato che recita come un mantra il ringraziamento al suo dio, l’ammasso di colori sfocati con una predominanza di rosso, i colpi di mitra, le voci selvagge che gridano vittoria in una lingua a noi sconosciuta che ci fa confondere la gioia col dolore.
Molti di voi giustificheranno tutto ciò: la storia non va in onda in fascia protetta. E’ sempre stato così, coi dittatori e con le rivoluzioni, direte a ragione.
Tuttavia credo che stavolta ci sia una crudeltà tecnologica in più. Il telefonino che sta nelle mani del rivoluzionario, dello studente fuori corso, della casalinga occidentale, dell’ambasciatore, del criminale, dell’artista, del talebano, del disoccupato, del vinto e del dominatore toglie sacralità alla Storia, la omologa a esercizio voyeuristico: più c’è da guardare, meglio è.
Bastava un solo fotogramma di Gheddafi ancora in vita, strattonato e sanguinante, per raccontarci che il destino può essere molto crudele con i crudeli. Aggiungere violenza a un’azione di vendetta  ha fatto il gioco della vittima.
Io, ad esempio, ho paura che il ricordo del suo corpo straziato offuschi quello dei suoi crimini.

Please follow and like us: