Barbara D’Urso è una signora che sta in televisione, su Canale 5, e parla sempre fissando i confini della sua proprietà. Dice “il mio programma”, “il mio pubblico”, “il mio amico”, “la mia idea”, “il mio libro” e così via. Un approccio del genere non lo aveva neanche Raffaella Carrà in Canzonissima: e sì che la Carrà allora poteva permetterselo.
Sappiamo bene che non è l’uso sconsiderato dell’aggettivo possessivo che può creare indignazione. Il riferimento alla persona (specie se la propria) è ormai il dato emergente di un qualsiasi concetto  in un’Italia che è sempre più loro, con leggi sempre più sue e cazzi sempre più nostri. Quindi la D’Urso è ben allineata con l’andazzo del Paese.
Ciò che colpisce è invece l’ambito nel quale il culto della proprietà viene espresso: la televisione, cioè il luogo d’origine di ogni comunità più o meno virtuale, il simbolo della popolarità, il germe della moltitudine.
La D’Urso non ha niente di esclusivamente suo in quel programma, a cominciare dal merito per cui le è stato affidato uno spazio quotidiano.
C’è una sola persona che in tv può usare la parola “mio”. E non è la D’Urso.

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