Ho un’avversione ideologica nei confronti dei reality show. Ritengo che gran parte dello schifo nel quale annegano i nostri costumi e la nostra curiosità sia l’effetto del dilagare di questi programmi.
Il Grande Fratello di quest’anno è, secondo Aldo Grasso, ancora più volgare e trash di quello precedente. Non ne ho mai visto una puntata, quindi ci credo a scatola chiusa.
Il problema, secondo me, sta proprio nel concetto di reality show.
C’è una categoria di persone, alla quale mi iscrivo, secondo la quale la realtà può essere raccontata, fotografata, ignorata, presa in prestito o dimenticata. Lo spettacolo delle peggiori vite qualunque ci può anche stare a patto che serva a qualcosa: a imparare, a distinguersi, a confrontarsi, a piangere o a ridere cinicamente. L’unica cosa che, secondo me, non si dovrebbe fare è lo “show del peggio”. E il Grande Fratello va ancora più giù: è lo show del peggio che diventa opinione, termine di confronto.
Al mio paese il peggio oggettivo (perché deve ancora nascere qualcuno che dimostri che nel GF non c’è il peggio) è destinato all’oblio o alle pagine della cronaca. Se il figlio di un camorrista vuole andare in tv può farlo tranquillamente, a patto che il suo legame di sangue non diventi un titolo di merito, un elemento da curriculum che lo ha promosso a discapito del figlio di un qualunque incensurato.
Davanti al Grande Fratello una parte di Italia, colpevolmente lobotomizzata, perde il gusto della critica e la critica del gusto.
Diventa correa del peggio celebrato come il meglio del peggio.

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