Prima vivevo nel centro storico di Palermo. Ci ho abitato per dieci anni. Ogni giorno, quando uscivo da casa, passavo davanti alla bottega di un orologiaio. Poi giravo l’angolo e c’era il negozio di un antiquario. E ancora, dalle mie parti c’erano negozi di abbigliamento (piccoli, con proprietari in carne ed ossa mica colossi incorporei di multinazionali), il barbiere, il parrucchiere, il salumiere e via dicendo, fino al negozio che vendeva computer.
Nel giro di tre anni – siamo alla fine dei ’90 – la maggior parte di questi negozi ha chiuso. Al loro posto sono sorte paninerie, rosticcerie, pizzerie, bar-pub, friggitorie.
Stessa cosa accade nella zona in cui abito adesso. Con una differenza. Adesso chiudono anche le paninerie, per far spazio a nuove paninerie. L’evoluzione della specie commerciale non ammette eccezioni. Il nuovo divora il vecchio senza inglobarne l’esperienza, che anzi sputa via come se fosse roba velenosa. Al posto dei panini imbottiti ora ci sono fritture prefritte e pizzette liofilizzate che vengono messe in forno non per cuocere, ma per essere rianimate.
Palermo è un’immensa Paninolandia.

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