Ieri sera  la puntata di Report dedicata agli appalti di Sicilia l’ho affrontata con un pregiudizio: è noioso ascoltare per la millesima volta una storia che si conosce a memoria. Invece mi sono sorpreso a incrociare la strada di alcuni dei personaggi tipici della mia terra: il rampollo di una famiglia mafiosa che gestisce l’impresa dei suoi avi con la disinvoltura arrogante di un boss col lasciapassare; l’ingegnere pigliatutto, amico del potente che tutto spartisce; il presidente che finge di sapere non sapendo; il bugiardone istituzionale che non ha più una faccia di riserva; l’indolente che si finge coraggioso nell’anonimato.
Il comune denominatore di tutte le anime di questa galleria è l’arroganza. La stessa arroganza che è simbolo di un governo, di un partito, di una scellerata filosofia istituzionale. In questo Paese se qualcosa non piace al premier, quel qualcosa non si mette in discussione: si sradica, si estingue. Il gusto e la convenienza personali assurgono sempre al rango di legge, non c’è mai uno spazio riservato alla pubblica discussione.
Il caso delle trasmissioni televisive non gradite al sommo capo, e per questo chiuse, rimarrà emblematico.
In qualsiasi altra parte del mondo civile, il dissenso è garantito se non si vuol finire nella black list delle dittature. L’Italia è l’unico posto in cui un governo autoritario gode di uno sconsiderato consenso elettorale: come se le vittime facessero il tifo per il proprio plotone d’esecuzione. Perché? Prendetemi a pietrate, ma io non ho trovato spiegazioni che vadano oltre l’ignoranza profonda.

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