para morti kabul

Tra gli effetti collaterali, sommersi a malapena dall’onda (spesso anomala) di dolore che scaturisce da un attentato come quello di Kabul, c’è la “dietrologia bilaterale lancinante”: uno stato patologico sopito (che colpisce a destra come a sinistra, per questo bilaterale) che si risveglia quando, purtroppo, arriva la notizia della perdita di vite umane dei nostri contingenti nelle zone calde del pianeta.
Il sintomo più grave è la richiesta compulsiva dell’immediato ritiro delle truppe e l’azzeramento della missione: tutti a casa presto, prima che succeda qualche altra tragedia.
Come se si ignorasse il motivo per cui queste persone, militari di professione, hanno scelto di andare a combattere.
Sì, a combattere.
Perché questa banalità, che ha tutti i connotati dell’oltraggio alla pubblica intelligenza, della missione di pace con gli angioletti che svolazzano sulle code dei diavoli cercando di far proseliti a forza di preghierine dovrà estinguersi, prima o poi.
Quando uno Stato manda le sue truppe armate a presidiare il territorio di un altro Stato compie un atto di forza almeno contro una quota degli abitanti di quella nazione. Non discuto la liceità dell’operazione – nella maggior parte dei casi l’atto di forza è indirizzato contro dei criminali – rimango alla realtà galleggiante dei fatti.
I nostri militari in Afghanistan, nello specifico, sono in assetto di combattimento: non girano scalzi con la bibbia in mano. Sono professionisti addestrati e il potere politico che li ha inviati laggiù li paga (comunque troppo poco) per svolgere la loro professione. Che è quella di proteggere e di proteggersi con le armi, cioè potenzialmente di fare vittime.
Non voglio prendere la questione con i guanti, ma non voglio essere frainteso: non sto, in alcun modo, giustificando l’orribile atto dei kamikaze né sminuendo la difficoltà del ruolo dei nostri militari.
Però credo che bisogna avere il coraggio di chiamare le cose col loro nome, nel rispetto di tutti. Una morte in battaglia per un militare è un incidente di lavoro.
Se non ci sono negligenze, speculazioni o trasversalismi non si chiudono i cantieri navali quando quattro operai muoiono tragicamente nella cisterna di una nave.