Foto di Paolo Beccari

Foto di Paolo Beccari

Ieri mattina ho partecipato a un dibattito radiofonico su scie chimiche e altri presunti complotti ai danni dell’umanità.  Il mio contributo alla trasmissione era puramente giornalistico, ma più che portare fatti (non sono un esperto di complotti) difendevo La Notizia come entità ormai sconosciuta.
Gran parte degli argomenti branditi dai “complottisti” sono basati su notizie non verificate, non pesate e coltivate in modo estensivo. Cioè, uno spara una fesseria che è talmente bella da non poter essere relegata in un ruolo di fesseria. Un altro la riprende, un altro fa lo stesso e così via. La fesseria a ogni passaggio si arricchisce di nuovi elementi, diciamo di microfesserie, che con uno strano meccanismo finiscono per legittimare ulteriormente la testimonianza di partenza (che, non dimentichiamolo, è una fesseria). Né più né meno una catena di Sant’Antonio di una innocente superficialità, una catena che non ha una fine: il “complottista” perfetto, infatti, non prevede una soluzione per i misteri che crede di voler svelare. Perché constatare che le cose spesso capitano per caso e che, addirittura, hanno un inizio e una fine, comporta un procedimento mentale in cui bisogna arrendersi all’evidenza. E l’evidenza è nemica del “complottista”.
Qualcuno dovrebbe spiegare a queste persone che il colpo di scena viene a noia in un copione costruito solo coi colpi di scena. Ma che ci volete fare? L’uomo sulla luna, l’11 settembre, la morte di Michael Jackson sono eventi troppo complessi per non essere stati architettati da un Grande Vecchio che sta a metà tra Fantomas e Totò Diabolicus.
Risate, applausi, sipario.

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