stipo

”…Chiunque non dia prima o poi il suo pieno consenso, il suo pieno e gioioso
consenso al lato pauroso della vita, non potrà mai impossessarsi
dell’inesprimibile abbondanza e forza della nostra esistenza;
potrà solo camminare ai suoi margini, non sarà stato né vivo né morto.”

(Rilke)

di Silvia Amelotti

Quante delle nostre idee sono il risultato di convinzioni stratificate negli anni? Ci siamo affezionati perché le sentiamo rassicuranti, sono parte integrante della nostra identità. Ci puntellano come stampelle. Esercitare la capacità di critica equivale a non avere pregiudizi, significa immaginare soluzioni nuove, rielaborare le nostre esperienze, provare scenari diversi, indeterminati, lasciare il posto a idee “scomode”. Ecco, le cattive credenze sono come un paio di scarpe strette che fanno male, ma che si indossano fino ad anestetizzare la parte dolorante.
Come i busti di Salvador Dalì, siamo fatti di cassetti: ad alcuni abbiamo dato appena una sbirciatina, altri sono ancora sigillati. Il desiderio di aprirli è il desiderio dell’altro diverso–da–noi.
Un incontro, una lettura, un viaggio possono essere l’elemento di sorpresa, il motivo per cui ci si mette in discussione. Magari non cambiano la vita, ma la segnano in modo indelebile, ne ridefiniscono i contorni. I paesaggi assumono nuovi colori, i confini si ridisegnano.  A volte una persona, magari un perfetto estraneo fino a un momento prima, è in grado di dare un nome nuovo ai pensieri, di “risignificare” certe convinzioni, qualcuno che spalanca una finestra chiusa da anni. Peccato che cose così accadano raramente. O troppo spesso da non accorgersene.
Quali sono le vostre paure dicibili e indicibili? Quelle di cui vi siete liberati e quelle di cui vi liberereste volentieri?

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