berlusconi varioC’è uno strano fenomeno che si è sviluppato in Italia. E può essere sintetizzato in una frase che ho letto e sentito spesso in questi giorni: odio difendere ciò che non mi piace.
Le emergenze vere o presunte ci spingono a prese di posizione che si riferiscono più alle persone (o ai personaggi) che ai fatti (o ai misfatti).  Il risultato è che spesso sposiamo tesi che magari non ci convincono per mantenere una coerenza politica, massimalista nelle intenzioni, inutile nella pratica.
Il catalizzatore di questa reazione contraddittoria, manco a dirlo, è il re delle contraddizioni: Silvio Berlusconi. C’è un popolo che pur di combatterlo come un nemico è disposto a rinunciare al gusto, all’amor proprio, all’anima. Io, per certi versi, ne faccio parte. Così quando c’è da giudicare un suo atto o una sua dichiarazione, il terrore di dargli ragione – una volta ogni mille anni – toglie lucidità al nostro ragionamento. Non faccio esempi, se volete fatene voi. Però mi permetto di avvertire che il rischio della reazione innescata dal signor B è che noi tutti (quelli che stiamo da una parte) ci si ritrovi per l’eternità (cioè la durata del suo mandato) in una coalizione forzata, tipo ultimo governo Prodi, dove le diversità sono costrette a fingersi identità.
Invece ognuno deve difendere ciò in cui crede, ciò che gli aggrada, ciò che lo convince. Liberarsi dalla schiavitù dell’antiberlusconismo è un vero processo disintossicazione. E per di più senza neanche l’illusione di un metadone politico.

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