abruzzo bambiniHo un ricordo. E’ il mio quinto compleanno, abbiamo mangiato i tortellini e la torta con la panna. I miei mi hanno regalato un organo Bontempi, bianco e arancione, coi tasti numerati e soprattutto con una ventola che ronza come un phon. Mia madre ha un pancione che annuncia la nascita imminente di mio fratello. Si va a letto presto, domani è lunedì.
Nel cuore della notte, in una notte che si sarebbe rivelata con poco cuore, mio padre mi strappa dal letto. Fuggiamo da casa perché qualcosa di terribile è accaduto, sta accadendo o forse accadrà. Io non capisco niente: non sono preoccupato, forse l’imprevisto mi eccita pure.
Saltiamo sulla nostra Fiat Millecento e partiamo per una breve corsa. Il piazzale dello stadio è il nostro rifugio, a un chilometro da casa. Rifugio. La parola mi resta dentro. Come fa ad essere rifugio un luogo aperto? I bambini passano il tempo a costruire case con cartoni, sedie, coperte, tavoli. Un rifugio senza tetto che senso ha? E’ l’unico interrogativo – e anche il solo elemento di angoscia – che mi rimane dell’esperienza breve e indiretta di terremotato: il massacro avvenne infatti un centinaio di chilometri più in la, nel Belice. Notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968.
Ecco, il mio auspicio è che quanti più bambini abruzzesi possano ricordare la loro lunga notte con un semplice ingenuo ricordo: un rifugio senza tetto che senso ha?
Poi, speriamo presto, si torna a casa.

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