typewriter

di Roberto Puglisi

Io faccio un mestiere che gli altri trattano come una lingua morta. Lo faccio con le mani. Lo percorro con i piedi. Lo semino con il cuore. Lo aro con il cervello. Ma mi dicono che è morto, che tutto fu vano. Il giornalismo – dicono, appunto – è morto. Lo dicono vecchi padri nobili con la barba bianca. Lo dicono le casalinghe di Voghera. Lo dicono i militari di Cuneo. Lo dicono gli operai di Marx. Lo dicono i calciatori e le veline. Lo dicono, infine, i giornalisti.
Allora, mi chiedo: cos’è questo amore che mi brucia nel petto e che è identico alla scintilla accesa la prima volta? Cos’è questa gioia ribalda che mi afferra quando racconto una storia, pure se davanti ho un cadavere caldo? Cos’è questo cercare i dettagli: il riflesso dell’ultima cosa vista, le sigarette nelle mani dilaniate, il sorriso, le foto dei cari? Perchè per me il mio mestiere significa ricordare degnamente gli uomini valorosi e dare una corda vocale ai vivi senza fiato. E sono un maledetto precario, ma rifarei tutto, se me ne fosse dato modo. E non sono una mosca bianca, perché la maggioranza dei miei colleghi è come me. E sono stato perfido, cattivo e disgraziato, però sempre scodinzolando dietro l’etica della notizia. E le casalinghe di Voghera che non leggono i giornali come si permettono di giudicarmi? E i padri nobili dovrebbero cercarsi una lapide nel cimitero degli eleganti. Io conosco il colore del sangue che sputo, che sputiamo in tanti, per le vostre notizie da consumare in poltrona. Noi non abbiamo troppe poltrone. Siamo giornalisti da fanteria e da trincea. Siamo persone perbene.

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