di Verbena

Quando Casanova abbraccia Teresa, una fanciulla conosciuta appena dieci minuti prima, si chiede se è lei. Se è lei quella giusta. Sembra che un lampo di umana fragilità stia attraversando quell’uomo che di donne ne ha avute tante e che vive da fuggiasco per averne avute troppe.
Poi le sussurra “Soltanto tu…”. Ma lo fa per abitudine, per pagare un pegno da sciupafemmine d’altri tempi. Solo che Teresa, invece di arrossire di piacere, arrossisce perché ha udito un’oscena bugia. Si baciano, perché non hanno null’altro da dirsi. E perché non si amano.
E’ questo il punto. Ad intere generazioni di umani hanno fatto credere che l’amore – degno di questo nome – tra un uomo ed una donna sia come un diamante di alta caratura: senza imperfezioni e tagliato da una mano esperta. La verità è che l’unico amore possibile, quello che vale la pena curare come si può curare una creatura bellissima ma sempre soggetta alla morte, è imperfetto.
E proprio per questo, grandioso e sempre diverso.
Dovrebbero scriverlo sui quei cuori di cioccolato o di pezza che oggi saranno scartati da milioni di amanti. Dovrebbero scrivere: “Ti amo di un amore misero e imperfetto. Ringraziami”.
Dovrebbero cambiare i finali alle favole, i per sempre e i felici e contenti. Si può amare alla follia e provare piacere nell’incrociare sguardi sconosciuti, si può soffrire per non essere riamati e sguazzare nel proprio ego solitario, si può accettare eroicamente la diversità dell’altro e coltivare selvaggiamente la propria. E’ questo paradosso che segna la grandezza di un amore.
I grandi amori che solcano una vita non sono tutti uguali, e spesso non durano una vita intera.
Si dovrebbe essere orgogliosi di questo. Si dovrebbe, molti di noi, andare in giro a gridare: “Sono orgoglioso di avere amato e ancora amato, e ancora amato”. Invece ci si lamenta dei fallimenti. Basterebbe rovesciare la prospettiva ed essere grato all’altro; per averci fatto entrare nella sua pelle, in cui forse continueremo ad abitare sino alla fine della sua esistenza.
Io non credo ai santi. Meno che mai al patrono di un cioccolatino. Però propongo San Cristoforo, protettore dei facchini. Ci vuole un fisico bestiale per sollevare la quantità di amori miseri e imperfetti che ognuno di noi incontra in una vita intera.