"12" di Michalkov, un capolavoro


C’è un film che tutti i cineasti di casa nostra, gli sceneggiatori, i dialoghisti dovrebbero studiare. E’ “12” di Nikita Michalkov. L’ho visto ieri e sono rimasto estasiato.
E’ un film “teatrale”, con dodici personaggi chiusi in una stanza: i giurati di un tribunale russo che devono decidere la sorte di un giovane ceceno accusato di aver ucciso il padre adottivo. E’ un film non semplice, molto testo, poco ambiente (a parte alcune incursioni nella violenza della battaglia, che rimane comunque a margine).
“12” è come un libro da sfogliare: pagina dopo pagina, ci si lascia condurre dalle parole che sono magicamente incastrate l’una nell’altra. E’ – a mio parere – una vera prova d’arte, un incanto magnetico che si rivela a poco a poco e che inchioda lo spettatore per quasi due ore e mezza. Un prodotto che tramanda tutta la sapienza di abilissimi artigiani della narrazione, niente trucchi solo sostanza.
L’opera inizia lentamente, fingendosi un semplice remake (la pellicola alla quale si ispira è “La parola ai giurati” che nel 1957 segnò l’esordio alla regia di Sidney Lumet). Poi arriva un monologo di 10 minuti di Sergej Makovetskij, girato con un unico piano sequenza. E lì capisci che sei ostaggio di una immensa potenza narrativa. Non puoi fare altro che inchinarti e seguire le vicende di quei dodici uomini che ti commuovono e che, nello stesso tempo, ti fanno gioire come è dovuto davanti a un’opera d’arte.
Per non farvela troppo lunga, “12” è un film fatto da gente che sa come si racconta, come si interpreta, come si condisce una storia. Un capolavoro nel deserto narrativo che ci circonda.

  

Leave a Reply