Il sistema solare

di Giacomo Cacciatore

Fra le mille opportunità che la televisione ormai offre al famoso uomo della strada ce n’è una che passa quasi sotto silenzio. Forse in virtù della sua funzione accessoria: è un po’ come la postilla di un contratto sulla quale l’occhio cade pigramente, tanto se ne dà per scontato il contenuto, una sorta di “compreso nel prezzo” che, mancando, scatenerebbe ricorsi. E che, essendoci, non manca di scatenare imbarazzo.
In tv si va per vari motivi. Innanzitutto per partecipare ai quiz, ai reality, oppure, se ci si è impegnati a fondo, a un talk show nel quale un gruppo di cervelloni cerca di capire se hai ammazzato o no moglie, figli e il labrador del vicino di casa.
Questi i fattori esterni, le motivazioni oggettive che danno l’occasione al signor Pinco Palla di sorridere o piangere da uno schermo televisivo. A un livello più profondo, l’unica ragione per cui si cerca di andare in tv, è che in tv si appare. Ma è una considerazione suscettibile di varianti. A seconda del grado di anonimato dal quale si proviene (e dal livello di mestizia interiore e vuoti d’aria che ci si porta appresso) si potrebbe anche concludere che in tv si “diventa”. O, più semplicemente, in tv, finalmente, “si è”. Niente di più naturale che, una volta arrivati davanti alla telecamera, ci si senta rivolgere dal conduttore o dal giornalista famoso la richiesta fatale. La postilla della partecipazione al veloce banchetto della celebrità. Presentarsi. In poche parole. Possibilmente con degli aggettivi. Insomma, ora che ti si vede, parlaci di te. C’è una variante ancora più perversa del “descriviti” televisivo. L’ho notata in un telequiz che mi capita di seguire qualche volta. Non è il concorrente che deve presentarsi, ma sono i suoi cari in studio che devono farlo per lui. Anche qui si annaspa, si cerca e, in qualche modo, si risolve. Ho notato che l’aggettivo di pronto uso che si sente sempre più spesso alla domanda “descriviti/descrivi” è “solare”. Dice la mamma della figlia appesa al bancone del quiz: è una ragazza solare. Dice il marito della giovane moglie: l’ho sposata perché è un tipo solare. Dice la zia ancora piacente della nipotina con l’apparecchio per i denti: è una bambina solare. Lunare no. Non l’hanno ancora sdoganato.
Il punto è: se non mi è facile mettere in dubbio la sincerità dei sentimenti di queste persone verso il loro caro riscaldato dalle luci della ribalta, mi è ancora più difficile immaginare che chi ti vuole bene non riesca a fare uno sforzo affettivo e – perché no, linguistico – in più. Se amare significa non dover mai dire “mi dispiace”, voglio pensare che di cose da dire quando si ama ci sia ampissima scelta. Per conto mio, preferirei che mia moglie davanti a un Carlo Conti o a un Gerry Scotti, mi descrivesse come “normale”, “scocciatore” o “stronzo” piuttosto che proiettarmi, di prepotenza, nel “sistema solare” degli affetti che non conoscono i vantaggi di un vocabolario.

  

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