Il regime

Berlusconi vuole usare la polizia contro la protesta degli universitari. Dice che l’occupazione di luoghi pubblici non è democrazia, ma violenza. Non sono mai stato un movimentista, né un occupatore. Quand’ero giovane, nel mio liceo ci fu un lungo periodo di “cogestione”: si protestava – non so più nemmeno contro chi e cosa – e si decise di sovvertire il normale andamento delle lezioni. Per quattro mesi si studiarono storia della fotografia, arte contemporanea, musica… Io, che provenivo da una bocciatura, presi l’occasione per starmene a casa a fagocitare il programma della maturità che avrei dovuto affrontare quell’anno, da esterno. I miei compagni, però, si divertirono molto. Probabilmente impararono anche qualcosa che nei programmi ministeriali non stava scritto. Oggi un paio di loro sono, guarda caso, fotografi, musicisti…
Questo per dire che la componente rivoluzionaria nei giovani è sempre un seme gettato a casaccio nella terra, può dare una pianta oppure marcire.
L’argomentazione di Berlusconi, oggi, è più che fragile se si considera che la sollevazione delle università (e non solo) arriva come risposta a una riforma radicale e che, soprattutto, stavolta non sono solo i ragazzi a protestare. Con loro ci sono ricercatori, professori, presidi, rettori.
L’uso delle forze di polizia richiama lo stato di polizia, come giustamente ha fatto notare ieri l’opposizione risvegliandosi dal suo stato di morte apparente.
Il nostro premier non può perdere tempo in inutili beghe dialettiche che altrove sono sintomi di democrazia, non può arenarsi nella melma del dissidio tra interesse privato e interesse pubblico, non può rallentare la sua corsa nella storia per un inciampo di “ordine pubblico”. Berlusconi è uomo e immagine, è fede e ragione. E’ sangue e arena. Protestare è, per lui, profanare.
Quindi al rogo i profanatori.

O.T.
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