I cordoni delle borse

Il disastro delle borse è uno di quegli eventi che spaventa tutti più per sentito dire che per personale convincimento. In piena epoca di soldi virtuali, di fiumi miliardari che scorrono sotto la crosta della pubblica percezione, il crack economico mondiale dà brividi da telegiornale delle 20: chi può mai credere che i propri risparmi da un giorno all’altro spariscano dalle casseforti della banca sotto casa?
Tocchiamo ferro. Ma, nello stesso tempo, cerchiamo di farci un’idea di ciò che accade. Non vi tedierò sulle cause: non ne ho la competenza e probabilmente ne saprete già qualcosa. Gli scenari però sono importanti e per identificarli non ci vuole un Nobel.
Lo schianto delle borse europee ha dimostrato che il modello di capitalismo del vecchio continente non è migliore di quello americano, tacciato dai puristi come troppo spregiudicato. Quando ci mettiamo d’impegno, noi europei, che non siamo neanche Stato e che quindi non abbiamo l’unità del gigante d’oltreoceano, riusciamo a fare anche peggio, finanziariamente parlando, degli Stati Uniti. Non ci facciamo troppe domande, neanche in periodo elettorale, mentre il ceto medio americano in questi giorni si sta drammaticamente chiedendo se i 150 mila soldati sul fronte iracheno stiano vincendo, perdendo o pareggiando. E la guerra, come sapete, esercita una pressione fondamentale sui pedali dell’economia.
Fuggiamo a gambe levate dai mercati finanziari, mentre gli esperti dicono che chi può permettersi di lasciar sedimentare per qualche anno le azioni sta facendo come Warren Buffett, che compra a più non posso: ora, adesso.
Il Papa, l’altro giorno, ha introdotto un tema interessante, ammantandolo però di un cattolicesimo zuccheroso che lo ha reso, come spesso accade, distante, poco reale. Poteva essere un manifesto ed è diventato un santino. Dire che quel che conta non sono i soldi, ma la parola di Dio significa rendersi incomprensibile a quel milione di famiglie che campano di spiccioli e non di sacramenti. Di ben altro valore il richiamo all’etica. Secondo il banchiere cattolico Mazzotta «non esiste un’economia libera senza un’etica. Quando l’etica non c’è, l’economia cessa di essere libera e probabilmente cessa pure d’essere un’economia. Si può essere credenti o atei, non importa. Magari un ateo farà più fatica, ma se è per questo un cattolico ipocrita può pure imbrogliare più facilmente». Si può condividere, no?
Ultima annotazione. La crisi attuale, da New York a Milano, dimostra come i banchieri agiscano nella più totale assenza di controlli. Impegnano soldi già impegnati, alimentano desideri in chi quei desideri non può permetterseli, chiudono i rubinetti dei prestiti da un’ora all’altra. Ora, nessuno pretende che il padrone di una banca debba essere un frate benedettino, ma che ci sia un superiore che ogni tanto gli chieda “quante volte, fratello?”, quello sì.

  

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