La pioggia

di Roberto Puglisi

La pioggia mi sorprende sempre. La prima pioggia pioveva sulle grate delle finestre di una scuola elementare. Risucchiava i colori e li restituiva scandalosamente brillanti. Il verde appannato dei banchi diventava una cosa viva, tanto da inquietare noi – alunni degli anni Ottanta – abituati alla compostezza funerea delle istituzioni.
La pioggia cadeva sulle grate e mi allagava di malinconia. Io non sapevo darle un nome. E pensavo fosse tutta colpa delle gocce anonime. L’acqua feriva il cuore, tracimando in pozzanghere pesanti. I colori erano insopportabili. Stravolgevano la rassegnazione dell’autunno, la mite condanna del ritorno a sedie e compiti. Erano cicale dell’estate in un tenero campo di concentramento. Già allora mi difendevo – per quanto possibile – con i segni. Non conoscevo le parole, non le avevo incontrate e stavo, perciò, meglio. Disegnavo scarabocchi con i pastelli su un album ruvido. E mi coprivo con le sfumature contorte che ero (in) capace di evocare. Non tracciavo mai forme, o volti, o parabole sensate di una storia. Né alberi, né fogliame. Né chiari di luna e raggi sull’opacità della trama. Buttavo tinte pazze nello slargo del foglio sbrecciato. Le guardavo dileguarsi nella penombra delle incurvature. Non era un disegno. Era espansione dell’anima. Una conquista coloniale di me stesso.
La pioggia non smetteva di cadere. Picchiava fino a bagnare tutto. Annegava l’aula, il mio grembiule azzurro, le coroncine del rosario, la foto del presidente, i crocifissi, le mie mani e il mio cuore chini su un foglio che tornava bianco per infinita cancellazione dell’amore.
Ora io conosco la pioggia e so quanto male può fare, se appena le credi, se credi che il tempo sia soltanto suo. Non ho imparato a proteggermi, non posso evitare l’impatto tra goccia gelida e carne fumante, non sono nemmeno bravo a ripararmi. In fondo sono ancora un grembiule che nasconde un bambino. Ma il tempo mi ha insegnato una banalità essenziale. Dopo la pioggia c’è sempre il sole.

  

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