Pane, mortadella e follia

di Abbattiamo i termosifoni

Il mio salumiere è speciale. E non per quello che vende, che pure è di qualità. Ma per gli impiegati che assume. Per lavorare da lui ci vuole la patente della stupidità. Lo dico dopo quindici anni di frequentazione, quindi con statistiche alla mano. L’argomento ha un che di drammatico, in parte: gli individui molto poco svegli che trasportano sacchetti e affettano panini sono, immagino, il risultato di paga scarsa e lavoro nero. E di questo mi dispiaccio per loro. Ma proprio se paghi poco e occulti molto, ti può capitare di reclutare impiegati “di scarto”. Nel caso del mio salumiere, solo quelli. Quando telefono per una consegna a domicilio, il dialogo-tipo con lo sciroccato di turno alla cornetta – in genere si tratta di ventenne crivellato dall’acne e con ciuffo ossigenato e liscio spalmato sulla fronte a coprire gli occhi lessi – è il seguente:
Io: “Per favore, mi manda un pacco di Oro Saiwa?”.
Lui: “Col manico? E vuole pure il secchio, o solo il bastone?”.
Scambia i biscotti per un mocio Vileda.
Io: “Vorrei anche due etti di prosciutto cotto, senza conservanti”.
Lui: “Quello blu? C’è solo blu. Quello chiaro l’abbiamo terminato”.
Sarà prosciutto di maiale extraterrestre?
Io: “Vabbè, allora mi porti un detersivo per piatti e uno per lavatrice”.
Lui: “Quale? Quello del Capitan Findus?”.
Insomma, la merce che mi arriva a casa mi dà sempre un brivido, ogni volta che frugo nei sacchetti.
L’unico che funziona, in quella salumeria, è un tunisino cinquantenne. E’ il solo a non tremare davanti ai capi – due temibili fratelli che discutono esclusivamente di corse di cavalli – anzi, ai capi dà addirittura del tu. E se osano contraddirlo, sono cavoli: “Senti, Franco”, sbotta lui rivolto a uno dei due, “qua lo dico io come si fanno le consegne e come si piazza la merce, e se non stai zitto ti butto all’aria il carrello e me ne vado”. Il tunisino è temuto, ma ha anche una debolezza: ogni estate, prima di rimpatriare per vedere moglie e figli, passa da casa mia e si lamenta che Franco o Pino (l’altro capo) lo hanno accusato di aver rubato due o tre carte da cento euro. Sempre, ogni agosto, immancabilmente. E io sospetto che lui, con quelle banconote, ci si paghi il biglietto per Tunisi o porti un regalo ai bambini. Sarà per questo vizietto che è arrivato dal suo paese – forse sulla scorta della legge del taglione – con due dita mozze della mano destra?

  

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