Sangue di gelsomino

di Roberto Puglisi

Volevo regalarti un gelsomino. Di prima mattina, l’odore delle siepi è fortissimo. Ci sono meno ostacoli tra bellezza e narici. Meno corpi in giro. Meno aromi che si sovrappongono alla verità. Perfino il silenzio è un’opportunità olfattiva in più. Il profumo del gelsomino è arrivato duro e incessante, quasi maleducato. Si è sparpagliato e ha trovato pace. Stavo per stendere la mano. Mi è venuto in mente lui.
In questi giorni, lui ha finalmente ottenuto il permesso di soggiorno. L’ha aspettato per anni. Ha atteso con pazienza georgiana che la burocrazia si muovesse, col solito canovaccio di timbri e di forse chissà, prima di concedergli ciò che era normale. Poi, ha raccontato ai suoi amici qualcosa del suo paese: la Georgia che vediamo in tv, attraversata da una folla scalcagnata di straccioni. Pantofole e povere cose al vento. Carne bruciata. Immagini di vecchie donne rattrappite in un orribile contorcimento.
E dall’altra parte, in una capitale dal nome difficilmente pronunciabile, lo stesso flusso disarmato e sanguinante. Lui ha narrato ai suoi amici il prima e il dopo. I Capodanni con la famiglia che vive ancora a Tiblisi. Le fughe, di notte, con la casa in spalla, per difendersi da ogni tipo di bombe. Per questo ha deciso: tornerà laggiù, nonostante moglie e salvacondotto. Forse si arruolerà.
Ti sembrerà strano. La sua faccia, apparsa in una quieta mattina d’estate, protetta e afflitta dalle solite cose che ci appaiono sconsideratamente letali senza esserlo, ha bloccato la mia mano a un palmo dal gelsomino. Forse non c’entra niente, ma io ora penso che esiste una specie di legame tra quella siepe finora intatta e la Georgia devastata. E che non è lecito versare il sangue innocente di un uomo o di un gelsomino. Né per brama di conquista, né per impazienza d’amore.

  

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