Lo scrittore liquido

di Giacomo Cacciatore

Esco, non indenne, dalla lettura di “Vita liquida”, un saggio di Zygmunt Bauman.
Non indenne, ripeto: e non credo di esagerare. Come tutti i libri nati da un pensiero prezioso e urgente, l’opera di Baumann ti restituisce al mondo alla stregua di un pugile che ha appena perso un incontro contro se stesso: con qualche certezza inutile in meno e tanti utilissimi dubbi in più. Sgombriamo il campo da equivoci. Il sociologo, definito in quarta di copertina come “teorico” (direi meglio: critico) della globalizzazione, è uno studioso serio. Non si veste da giullare né da profeta dell’apocalisse prossima ventura del mondo globalizzato. Non lancia anatemi né la butta giù facile, invocando una comprensibilità immediata e di pronto consumo che, dati la natura e lo spessore della sua opera, suonerebbe come un controsenso. In parole povere, Bauman non è Grillo e nemmeno la Guzzanti. Non punta riflettori sui cattivi veri o presunti né, soprattutto, su di sé. La sua è una luce sottile che, senza sbavature, con la precisione dello studioso e il calore del filosofo, scivola lungo i contorni del Leviatano per svelarne la forma e la dimensione, non le fauci e l’occhio sgranato. Perché lo sguardo critico – fecondo – su una mutazione in atto e in perpetua evoluzione che coinvolge le vite di tutti noi, necessita di serenità più che di paura. Di quest’ultima, abbiamo accumulato riserve abbondanti.
Esco, non lo nascondo, anche un po’ confuso dalla lettura del libro di Bauman. Non tutto mi è chiaro, non sono un frequentatore della sociologia e della filosofia. Ho dei lampi, stralci di idee che mi raggelano. Viviamo in preda a un’eterna insoddisfazione che si autorigenera, che non abbiamo scelto ma che è ormai la ragione d’essere e di sazietà delle nostre vite quotidiane. Compriamo ciò che si vende “perché si vende”. Acquistiamo con il sogno di rottamare l’acquisto appena avvenuto, in vista di una nuova e immediata individualità, costruita sul dettaglio più che sull’insieme. Il nostro “Io” di oggi ha la vita di una farfalla già morta domani, sulle cui ali è impressa la marca di un nuovo oggetto del desiderio, anch’esso dichiaratamente imperfetto nell’attimo stesso in cui cominciamo a desiderarlo. Amiamo tenendo bene a mente che l’amore è un prodotto con garanzia di scadenza. Ci svegliamo con la prospettiva del cambiamento: una compulsione che non prevede approdo, che non contempla sostanza, ma solo una buona scorta di gusci ancora pieni dietro di noi. “Cambiamo perché si cambia”. Il campo d’azione ha poco a che vedere con gli stati, le culture, i localismi. Il ring è molto più ampio: il mondo e i suoi mille fili di ragno che ci rassicurano e ci soffocano. Vale per i rapporti umani, vale per la cultura. Vale pure per i libri.
Prima di scadere in un breviario che non mi compete, vado al dubbio più grande, quello che mi riguarda da vicino. Mi chiedo se abbia ancora un senso illudersi di poter creare qualcosa che duri nel tempo. Qualcosa che aspiri all’universalità in un mondo che ha reso obsoleto questo concetto e anche l’idea del pregio protratto nel tempo. Un mondo che, eliminate le differenze, le distanze, le sorprese, ha smesso di bastare a se stesso.
Mi chiedo se pubblicare un libro significhi riempire una scatola con un marchio, marchiato a sua volta dall’evento che deve accompagnarlo, pena l’oblio.
Mi chiedo, insomma, in quale buca faccia bene a rintanarsi uno scrittore solido. O, più cinicamente, su quale ribalta sia utile apparire allo scrittore liquefatto

  

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