Corpi

di Roberto Puglisi

Questi due corpi mi sono venuti addosso a tradimento. Il sorriso della ragazza sfolgorava ancora vivo dal giornale, nonostante le mille interazioni tipografiche che sempre tradiscono il nucleo di un sorriso o di un ultimo sguardo. Eluana si chiama. Nome intinto nell’acqua. Scioglimento del groppo. Suono di mano che accarezzi la schiena, fino alla redenzione dei peccati di ogni spina dorsale. Eluana, dolcezza di luna. Si chiama o si chiamava? E qui il mio trasalimento si è congelato nella ghiacciaia di un enigma. Eluana, lo spirito che abitava un corpo e che lo ha momentaneamente abbandonato (forse) almeno nelle sue evidenze, da quando la carne è attaccata al respiratore artificiale e il fiato è un lumino rosso, nella notte del coma. Sapete tutti come è la cronaca e cosa ha detto il giudice. Sapete tutti come la pensa il padre di Eluana e come la pensa il padre dei cattolici. Scontro di padri in cui non voglio entrare, perché risulta immane per le povere forze di questa mia mattina d’estate. E perché, nel mio piccolo, mi occupo abbastanza di cronaca, per mestiere. Dunque, quando il mio sorriso e il mio corpo si liberano dalla veste tipografica che li definisce e li circoscrive, posso tentare di vendicarmi delle parole di superficie, scrivendo a caccia del senso. Per ora il senso non c’è, non lo trovo. Lo annuso in quel sorriso. Mi sfiora come il racconto della luce per un cieco. Lo perdo, nell’attimo stesso in cui spero di averlo reso docile alle mia dita e alla mia comprensione.
C’è un altro corpo qui. Qualcuno ha passato nel sistema del pc del giornale la foto di una donna vista dall’alto. Le spalle poggiate su una terra che, dalla visuale, somiglia a un cielo polveroso di contorno. Gli occhi chiusi e imbrattati da quella stessa polvere. Una scarpa sfilata, smarrita in una lontananza non riconducibile alla via di casa. La foto di un suicidio. Il senso comincia ad apparirmi un doppio controsenso. Eluana che se n’è andata e ha lasciato il suo vero sorriso in pegno, per raccontarci che il corpo che altri tengono a forza di braccia qui non è suo. Quando si dissolve il crocevia misterioso che tiene uniti i nostri irriducibili lineamenti, il corpo non c’è più, la vita non c’è più. Anche se c’è il respiro. Dall’altra parte, il disfacimento. Tutta la retorica eroica del suicidio riassunta in due occhi ammaccati e pesti, in una scarpa sfilata, in un cielo di polvere. Il sorriso di Eluana, la scarpa di una Cenerentola senza nome. Falene che danzano in questa mia estate, intorno alla luce accecante e invisibile del senso. Condannate a bruciarsi, sfrigolando, se si avvicinano troppo.

  

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