Il traghetto

Il traghetto che mi riporta a casa è un pentolone in cui ribollono brandelli di famiglie, turisti malinconici e forzati della comitiva domenicale.
Tra le famiglie, in liquefazione, ci sono quelle senza figli: lui alterna la Gazzetta dello sport al cellulare orfano di linea, lei è compressa in un prendisole chiazzato di sudore ed è sfregiata dalla salsedine. E quelle coi figli: bambini che frignano per tutte le tre ore e passa del tragitto nel più colpevole menefreghismo dei genitori troppo impegnati a smarrirsi nel vuoto di pensieri infelici.
I turisti malinconici sono concentrati a poppa. Guardano indietro, oltre la scia del traghetto e non mollano l’isola che si allontana neanche quando sparisce, diluita nelle miglia lattiginose di una rovente domenica pomeriggio.
I forzati della comitiva domenicale cantano e scandiscono slogan di gruppo. E’ la loro maniera, la più rumorosa e molesta, di prolungare la fine del fine settimana. Ridono, si slogano l’ugola per le frasi più insulse, a patto che siano urlate.
Gli appunti che avevo preso si fermano qui. Una belva feroce, dall’apparente età di quattro anni, ha deciso di rovesciare la sua Coca Cola (3, 20 euro una bottiglietta) sul mio block-notes. Accanto, la madre boccheggia nella calma piatta del suo elettroencefalogramma.

  

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