Saviano, la camorra e miti inutili


La dura sentenza d’appello contro il clan camorrista dei Casalesi, letta sotto gli occhi dello scrittore Saviano, ci dice molte cose.
Primo. Lo Stato può essere forte senza necessariamente mostrare i muscoli. L’applicazione della legge e il rigore di pene certe non rientra in nessun “pacchetto emergenza”: deve essere una regola senza eccezioni.
Secondo. Il clamore di un romanzo di successo è utile per accendere qualche riflettore su fenomeni dimenticati o, peggio, ignorati. E’ una spinta a mano, ma non può costituire motore. La letteratura accende rivoluzioni, le coscienze le alimentano.
Terzo. La personalizzazione spietata operata dai mezzi di informazione nella lotta del bene contro il male ha la grave controindicazione di costruire miti falsi. Falsi perché calati in ruoli estremi e ostili alla pubblica credibilità. Saviano è uno scrittore, non un Masaniello. Il delinquente Sandokan non ha la caratura di un boss onnipotente.
Quarto. A questo punto, se un romanzo collettivo deve essere scritto, è bene dare la parola alle decine e decine di vittime dei Casalesi: figli senza padri, genitori che piangono figli, commercianti senza più negozio, giornalisti con la scorta armata. Un romanzo di denunce, accuse circostanziate, resoconti precisi che porti al gran finale: l’identificazione di tutti i complici e favoreggiatori del clan.
Quinto. L’attenzione sul fenomeno criminale non è frutto di un’elargizione dello Stato, veicolata in questo caso dalla risonanza di un’opera letteraria e cinematografica. E’ piuttosto un dovere: ci sono occhi pagati per guardare, bocche per riferire, cervelli per pensare e mani per ammanettare. Un Paese che aspetta uno scrittore per muovere le sue pedine è un Paese senza capo e con molte code.

  

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