Il circo europeo

Strano mondo, quello del calcio. Mi ci immergo, con cautela, solo nelle grandi occasioni. E non finisco mai di stupirmi per questo circo di acrobati delle regole, di equilibristi delle parole, di domatori della logica.
C’è un allenatore della squadra campione del mondo che quando parla sembra un oscuro impiegato di Orwell. E’ lecito pensare che la dote principale di un uomo di tale prestigio dovrebbe essere la fantasia: invece quando la mente monocellulare di un giornalista sportivo riesce a imbastire una domanda sensata (magari vagamente ironica, magari con un raro punto interrogativo) lui si trincera dietro un cancello di bisillabi che, messi insieme, non assurgono al ruolo di frase.
Ci sono opinionisti che discettano di “biscotti” e di polpacci, stilando classifiche di ogni genere: dal calci d’angolo ai colpi di testa, dal possesso di palla alla media di fili d’erba per centimetro quadrato di campo.
Ci sono giudici, leggi arbitri, che sbagliano e che, di conseguenza, condizionano l’esito di una partita. Magari ammettono l’errore con un’alzata di spalle, ma solo quando la frittata è fatta. E nulla accade.
Ci sono inni nazionali dai toni bellici. “Siam pronti alla morte” non è proprio l’ideale per una competizione sportiva, a meno che non si svolga al Colosseo, tra belve e catene.
C’è da impazzire.

  

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