In morte di un raccontatore

di Giacomo Cacciatore

Dino Risi è morto. Non sto qui a fare un’esegesi dettagliata della sua filmografia: rischierei l’imprecisione, la pedanteria o, peggio ancora, la riesumazione di atti dovuti e mai concessi che non sopravviveranno al valore dell’opera nella sua totalità, come sempre accade quando ci si trova di fronte al lavoro di un artista completo e complesso. Ma cristallino nella sua semplicità: la vera la dote dei veri narratori. Risi è un regista che meriterebbe una materia a sé nei programmi scolastici dedicati alla storia degli ultimi cinquant’anni del nostro paese. Chi vuole approfondire, chi non l’ha ancora fatto, vada in una videoteca e compri tutto quello che porta il suo nome, senza fermarsi a “Il sorpasso” oppure a “Una vita difficile”, chiedendo notizie anche de “Il Gaucho”, magari, o di “Primo Amore” o, ancora, di “Straziami ma di baci saziami”. Insomma, faccia da sé, come è giusto che sia. Io mi limito a dire che con la scomparsa di Risi si assottiglia l’ormai esigua lista di personaggi dei quali un’Italia anodina anche a sinistra – incline a toccarsi l’uccello con l’orlo della camicia, più attenta alle tessere di partito e agli intellettualismi che alla sincerità di un talento puro, scintillante – ha troppo a lungo rinunciato a essere orgogliosa. Parlo dei personaggi che sapevano raccontare come se respirassero. Parlo dei personaggi che provocano fastidi e pruriti con il loro complicatissimo candore. Parlo dei personaggi che è stato e sarà bello ascoltare anche nelle interviste, per sempre, perché da raccontare avevano tanto, e lo facevano in ogni occasione, senza perdere un grammo di stile, arguzia e sincerità. Parlo di personaggi che non facevano sconti a nessuno, e soprattutto a se stessi. Ecco come mi piace ricordare, da umile spettatore, il regista, il sottovalutato, lo sminuito Dino Risi: un grande raccontatore italiano. Prova ne sia che lo si è capito solo in articulo mortis.
Dino, a me e a moltissimi piacevi anche prima.

  

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