Falcone, la memoria buona e quella cattiva

Quando Roberto Puglisi mi ha inviato questo articolo, gli ho chiesto tre righe di dati biografici. E non perché non lo conoscessi – abbiamo lavorato insieme per anni – quanto perché non volevo fare un torto alla sua strampalata, e quindi affascinante, capacità di sintesi. Ecco come si presenta a quanti tra voi non lo conoscono ancora.
Roberto Puglisi, 37 anni, giornalista precario
Difetti: collerico, mangione, romanista
Pregi: (vedi alla voce difetti).
Tre righe ho chiesto, tre me ne ha mandate.
Buona lettura.

di Roberto Puglisi

C’è un’immagine che mi è rimasta nella retina per ore, dopo l’esplosione di sentimenti, retorica e buoni propositi, inesorabilmente spalmata lungo il sedicesimo anno della ”Falconeide” (nome in gergo con cui i giornalisti, tra di loro e senza farsi sentire, indicano il rito del ricordo dell’eccidio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani). L’ho messa a fuoco soltanto ieri, dopo giorni di ombre e presentimenti. Eccola: la macchina del papavero americano invitato per il convegno del 23 maggio all’Ucciardone entra sgommando nell’atrio del carcere. Un agente di scorta sgombra lo spazio e quasi strattona un distinto signore con gli occhiali che si trova in mezzo alla baraonda. Quel signore si chiama Giuseppe Di Lello (nella foto), componente del pool antimafia, collega di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E’ una metafora che offre perfino troppa grazia di argomenti, nella sua evidenza. E’ il quadro esatto della situazione. La nuova memoria scaccia via la vecchia e non ci sarebbe nulla di male, se non fosse per un particolare: è la vecchia memoria che rammenda la stoffa degli eventi, semplicemente perchè appartiene a chi c’era. La nuova è un codice stabilito per comodità, per non dare troppo fastidio. Finisce ossessivamente e non casualmente per dimenticare le parole dette contro Giovanni Falcone, quando era in vita. Dimentica i complotti e i veleni contro Paolo Borsellino. Dimentica l’articolo del noto giornalista Lino Jannuzzi che si preoccupava moltissimo di Falcone e De Gennaro. Infatti lo scrisse: con quei due a Roma – si parlava, se non erro, di Superprocura – sarà meglio tenere a portata di mano il passaporto. Dimentica i pezzi del ”Giornale di Sicilia” sull’inopportunità del maxiprocesso. Dimentica che pure l’ottimo Sandro Viola di ”Repubblica” accusò Falcone di protagonismo. Questo, in sintesi, per tralasciare Il Corvo, la nomina di Meli e tutta la marcia tappezzeria che ben conosciamo. Sì, quel gesto screanzato, quel ”Ragazzo, fatti più in là” ai danni di uno che c’era, con la sua umile uniforme di uomo onesto, è la quintessenza della melassa che affoga il rigore del tributo sincero.
Vai via Di Lello, largo ai giovani e agli smemorati.

  

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