I terroristi dei generi

di Giacomo Cacciatore

Chi ha avuto abbastanza tempo da perdere per leggiucchiare i miei interventi in questa ospitale magione (nella rubrica e nei commentini, dove mi firmo con un soprannome che lascia pochissimo all’immaginazione) sa già che idea ho della televisione italiana. Per i tantissimi altri che non hanno esplorato – comprensibilmente – “l’universo cacciatorino”, riassumo qui la mia idea: la tv nostrana fa schifo al novantanove virgola nove periodico per cento. E il discorso potrebbe chiudersi qui. Però, stamattina, una riflessione piena di ottimismo ha sfiorato la mia mente caffeinomane ( il caffè a oltranza ti apre due strade possibili: il filosofare o l’esaurimento nervoso).
Ho pensato, ecco: che forma avrebbe il bello se non emergesse dal brutto? Che impatto avrebbe il guizzo di ingegno se non scattasse dallo stantio, dal volgare, dal grigio? Insomma, avremmo modo di accorgerci del differente e dell’imprevedibile se a fargli da sfondo non ci fosse l’uguale e lo squallido? Così, per dirla con Morandi – il cantante, non il pittore – sui monti di pietra può nascere un fior. Io ve ne propongo due. Uno sbocciato anni fa, mirabile dictu, dalla tv . Italiana. Sì: essa. E un altro che, nella tv italiana, ci è precipitato un mese fa, con la veemenza di un disertore rotto di palle e armato di bomba a mano. Il primo fiore denuncia la propria natura di bocciolo nato sui monti di pietra eccetera fin dall’onomastica: si chiama Fiorello. Il secondo è più un fiore del male, anche per questioni di amori letterari dichiarati, e di nome fa Morgan (al secolo, Marco Castoldi). La storia di Fiorello la conosciamo tutti: ex animatore di villaggi turistici, ex uomo karaoke, attuale one-man-show senza pari nel nostro paese (in Sicilia si tradurrebbe: dove lo tocchi suona), che oggi spopola in radio con un delizioso programma sul secondo canale Rai. La storia di Morgan è nota a chi, entrando in un negozio di dischi, non si sognerebbe mai di chiedere l’ultimo della coppia D’Alessio-Tatangelo: leader e bassista del gruppo dei Bluvertigo, solista di genio (consiglio a tutti il suo Canzoni dell’appartamento), si è travasato in tv come componente della giuria del programma musicale “X factor”. Fiorello. Morgan. Due personaggi diversissimi tra loro, ma con un punto di contatto non trascurabile. Entrambi si sono infiltrati nella fabbrica delle idee di seconda mano della Rai tv con dei ruoli che non destavano sospetti. Fiorello alla sua ultima spiaggia come conduttore dopo l’insuccesso di Non dimenticate lo spazzolino da denti. Morgan come controfigura alternativa di, che so, uno Steve La Chance di Amici. Questo sulla carta. Il resto è storia.
Fiorello, messo nella scarpiera il suo enorme successo televisivo ancora scalpitante (Stasera pago io e altro), si è dedicato alle trasmissioni via etere (questo si chiama coraggio, azzardo, freschezza) stravincendo. In poco tempo è riuscito nell’impresa titanica di ridurre la tv al ruolo che merita: una specie di serva brutta della radio. Morgan, in un programma nel quale una delle eminenze grigie in fatto di musica era Simona Ventura, si è messo a parlare di Baudelaire e Pink Floyd in prima serata, ha buttato sul palco gente che cantava Lou Reed e gli Who (sempre in prima serata) e se l’è presa col popolo bue o, più che altro, con la relativa capopolo (la Ventura).
Uno dei gruppi che Morgan aveva il compito di “allevare” per il programma, gli Aram Quartet, ha vinto l’edizione 2008 di “X factor”. Eletti dal televoto, dalla gente, mentre ancora avevano nell’ugola un pout-pourri dei Velvet Underground.
Fiorello e Morgan sono due fiori nati sui monti di pietra. Due terroristi armati solo di talento e scivolati nella stanza delle regole per sovvertirle. Quindi, signori, qualcosa si può fare.

  

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