La politica di Castelli

Ieri sera, ad Anno Zero, ho sentito l’ex ministro Roberto Castelli affermare un principio di questo tipo: ci hanno votato quindi ora facciamo come diciamo noi.
Castelli è un leghista dalla faccia levigata, uno dei peggiori ministri della giustizia italiani dal Big Bang ai giorni nostri (celebre una battuta di Ficarra e Picone: “Io sono fiero di essere siciliano perché almeno Castelli è nato altrove”), uno dei più strenui sostenitori della legge anti immigrazione, peggio nota come “Bossi-Fini” (se la chiamavano “fottuti negri” sarebbe sembrata più democratica).
Al signor Castelli, come lo chiamava un intervistato presumibilmente nordafricano, manca solo una esternazione sulla nostalgia per la razza ariana, le docce al gas e le fosse comuni. E’ insomma quasi pronto per entrare nella macchina del tempo: destinazione 1940.
Il signor Castelli, a mio modesto parere, incarna l’essenza della politica più bassa. La sua idea del colpaccio, dello stare al governo per una scommessa vinta/per ragioni di matematica/per premiata presunzione, è vicina al concetto di democrazia quanto Totò Riina lo è al processo di beatificazione.
Stare al potere in una repubblica moderna significa conciliare i propri intendimenti con quelli degli altri. Il vero amministratore pubblico illuminato è quello che rispetta innanzitutto quelli che non la pensano come lui, quelli che, pur non avendolo votato, sono costretti a pagargli lo stipendio.
Qualcuno dovrebbe spiegarlo al signor Castelli.

  

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