Ieri mi sono imbattuto in un giornaletto che si propone come “mensile gratuito di informazione annunci cultura svago e società”. E’ un prodotto editoriale della mia città: si chiama “Palermo in… tasca”. L’ho sfogliato e ho scoperto alcune cose.
Primo. Il direttore editoriale, tale Giuseppe Amato, è anche responsabile del progetto grafico, “direttore fotografia” (come al cinema), nonché autore del novanta per cento degli articoli.
Secondo. Il suddetto (giornalista?) ha una particolare simpatia per le virgole, che infatti vengono utilizzate in abbondanza per ogni occasione: virgole di sospensione, virgole di riempitivo, virgole d’umore.
Terzo. I punti sono in ribasso.
Quarto. La differenza che passa tra un resoconto giornalistico e un redazionale pubblicitario è inesistente: gli strafalcioni sono democraticamente ripartiti.
Quinto. La carta inutilmente imbrattata non è solo quella dei manifesti elettorali. Questo mensile – afferma il direttore-grafico-cineasta – è stampato in ventimila copie.
Sesto. L’ordine dei giornalisti non ha più motivo di esistere.
Settimo. Le nozioni elementari di grammatica e ortografia non servono per imbastire un progetto editoriale.
Non voglio accanirmi contro persone che non conosco, però ritengo che la parola stampata su un simulacro di giornale/periodico debba sempre essere difesa. L’ignoranza, specie se in presenza di un direttore-grafico-cineasta, va combattuta con tre sole parole: tornare a scuola.
Prima di Palermo in… tasca serve un’ autentica licenza media in… tasca.

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