Trilogia del sesso perduto/2

Ovvero “Fanculo i vent’anni”
di Verbena

In comune non avevamo nulla, a parte i vent’anni. Lui muscoloso e atletico, io lenta e pigra. Lui affascinato dai superuomini di destra, io dalle letture gramsciane. Lui sempre pronto alle lunghe dormite, io alle nottate sui libri, in vista di appassionanti sfide intellettuali che non arrivarono mai.
Eppure io e Luca all’Università eravamo inseparabili, infallibili, bravi direi. Laddove si affacciava un eccesso dell’uno era l’altro a temperarlo. I colleghi di corso ci chiamavano la “fantastica coppia”.
Io e Luca eravamo molto attratti l’una dall’altra, ma questo era un tasto tabù.
Colpa mia.
Ero io quella fidanzatissima, ed ero io ad avere costruito un muro tra noi due così alto e spesso, che sarebbe stato impossibile demolirlo per entrambi.
Ci fu un pomeriggio nella sua cameretta da studente fuorisede. In due anni fu quella l’unica volta che ci misi piede. Facevo sempre in modo che i nostri tete a tete di studio avvenissero in luoghi rigorosamente neutri, e i suoi maldestri tentativi di organizzare un appuntamento tra quattro mura fallivano sempre. Mi costava, naturalmente. I suoi occhi verdi e il suo sorriso solare erano un attentato quotidiano.
I miei vent’anni erano votati alla disciplina. Non lo sapevo a quei tempi, ma ero il perfetto prototipo di Verbena fascista, nonostante mi piccassi di stare dalla parte opposta: fedeltà al puro ideale civico, fedeltà al fidanzato decennale, fedeltà al dovere e allo studio. Sesso sì e volentieri, ma disciplinato dall’ascesi della coppia perfetta.
Cosa successe in quella cameretta stretta stretta e zeppa di adesivi del Fuan?
Successe che lui ci provò. E che io mi scansai recitando fastidio.
Lui tentò di farfugliare qualcosa di sincero, ed io lo interruppi con una risatina isterica.
Avevo il cuore in gola e una pericolosa voglia di lasciarmi andare. Ne uscii indenne. L’onore era salvo, ancora una volta.
Un giorno, però, ci portò in aula una ragazza. Ingoiai amaro e non feci una piega. Luca divenne un altro Luca. Niente risate infinite, niente giochi, niente cineclub. Solo studio, libretto, voti, medie…
Ci laureammo. Ci furono le feste e ci furono gli arrivederci, che in verità erano degli addii.
Rividi Luca al funerale militare di una persona a me cara. Faceva parte del picchetto d’onore. Mi vide piangere ma non mi salutò. Gli telefonai. Fu cordiale, ma nulla di più. Tentai un recupero tenero ma mi gelò con una frase di circostanza che voleva dire molte cose.
Ci rimasi male. E persino in quel caso pensai che l’onore e la fedeltà, avevano avuto la meglio.
Passarono gli anni. Finii per mollare il mio ingessatissimo fidanzato ad un passo dalle nozze.
Ogni tanto, quando ripasso da quell’Università, penso alla Verbena che ero.
E a quei meravigliosi occhi verdi che quel pomeriggio ho allontanato dai miei.
Fanculo l’onore. Fanculo i vent’anni.

  

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