Olimpiadi, tutti a casa

Non sono un rivoluzionario. Anzi, con l’età che avanza, mi sono trovato sempre più spesso su posizioni critiche nei confronti della protesta plateale come espressione utile alla costruzione di un dissenso che non abbia zampe d’argilla.
Il ruolo della Cina prima ora e adesso, la sua politica arrogante, il suo machismo orientale eppure molto americano, il suo diarroico seppellimento di ogni diritto umano, la sua crudele mannaia su ogni gesto di opposizione suscitano però sdegno, schifo… voglia di rivoluzione.
L’esempio di ieri è da far annodare le budella.
Nel cuore dell’antica Olimpia, l’inaugurazione dei Giochi di Pechino è stata oltraggiata dalla censura in mondovisione della manifestazione di protesta contro la repressione cinese in Tibet. Mi viene da pensare a una disinvolta ostentazione di potenza, ma forse dovrei riflettere meglio sul rincoglionimento del mondo occidentale. Quando ci sono muscoli e denaro in campo le superpotenze si nutrono di distinguo e sono stitiche di strappi, decisioni, risoluzioni. Eppure lo capisce anche un bambino che queste olimpiadi tradiscono in modo definitivo il senso millenario della competizione sportiva per eccellenza. Senza lealtà, l’agonismo è vuoto. Un Paese che schiera l’esercito contro i monaci inermi non è degno di organizzare neanche una gara di bocce al lido Mareblu.
Insomma, c’è un solo modo per giocare questa partita sulla quale la Cina ha investito il massimo delle sue paludate risorse: starsene tutti a casa.

  

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